Competence Center in Italia

Imprese e ricerca, creatività e innovazione: arrivano i Competence Center in Italia

È importante per un paese l’osmosi tra la ricerca di base e la sua applicazione? Sì. Quanto è importante? Tanto. In un precedente articolo si discuteva delle nuove strategie industriali dell’Europa e di alcuni paesi membri.

Si presentava la loro posizione rispetto alle piccole e medie imprese, allo sviluppo di settori innovativi e dell’hi-tech. Ma, soprattutto, agli obiettivi di collegamento tra la scienza pura e quella applicata, per le sfide della quarta rivoluzione industriale. Si osservava, ad esempio, come in Germania esistessero sessantasette istituti affiliati al sistema Fraunhofer per la promozione e il finanziamento della ricerca applicata (il sistema tedesco è citato recentemente in un Articolo del Sole24ore).

A che punto è, invece, l’Italia? Ci sono le condizioni perché questa osmosi si realizzi?

Il Piano Industria 4.0 e i competence center

Il Piano Industria 4.0 (qui il documento di sintesi), varato nel 2016 dal Governo, ed entrato successivamente nella Legge di bilancio, ha previsto una serie di incentivi fiscali per favorire le imprese italiane nell'adeguamento alle nuove sfide tecnologiche e, allo stesso tempo, una serie di investimenti per formazione ed innovazione, compatibili con la normativa europea sulle c.d. Block Exemption per gli aiuti di stato di cui al Regolamento del Consiglio n. 994/98 (vedi qui).

È grazie a questo ultimo strumento che sono state immaginate due nuove entità, ovvero, i Digital Innovation Hub e i Competence Center.

I primi rappresentano un modello snello di supporto innovativo, con un coinvolgimento bottom up di territorio, università e centri di ricerca di eccellenza; dovranno svilupparsi spontaneamente attraverso la collaborazione con Confindustria (che avrà un ruolo da regista) ed altre lobbies.

I secondi, invece, sono un numero chiuso di centri di eccellenza, che agiscono sul territorio nazionale promuovendo e sostenendo la ricerca applicata, il trasferimento tecnologico e la formazione sulle tecnologie avanzate.

Prevedono il coinvolgimento di poli universitari di eccellenza e di grandi attori privati, con il contributo di stakeholder, quali i centri di ricerca e le startup (vedi qui). Differentemente dal primo modello, il Governo è un attore chiave in questo processo top-down e, proprio per il suo peso politico, la sua attuazione è ancora in itinere.

L’iter istituzionale: cosa è stato fatto e cosa manca da fare

Dopo otto mesi di ritardo sui tempi originariamente previsti, è stato pubblicato il 10 Gennaio 2018 il decreto congiunto Mise-Mef che dà il via ai Competence Center (D.M. Mise del 12 settembre 2017, n. 214). Il testo era rimbalzato più volte tra i due ministeri, ed era stato trasmesso alla Corte dei Conti il 13 Settembre 2017.

I due passi successivi saranno, dunque, la scelta delle imprese partner da parte delle università, e la pubblicazione del bando di gara per la scelta dei poli "pubblico-privati".

Nel decreto, si legge che il "centro di competenza ad alta specializzazione" è (art. 1, co. 2, lett. e):

un polo di innovazione costituito secondo il modello di partenariato pubblico-privato, da almeno un organismo di ricerca e da una o più imprese. Il numero dei partner pubblici non può superare la misura del 50% dei partner complessivi.

 

 

Così, si prevede che i centri siano costituiti con contratto di partenariato pubblico-privato contenente, tra gli altri elementi obbligatori, l'indicazione degli obiettivi strategici del programma di attività e la definizione di chiari indicatori, che dimostrino il miglioramento della capacità innovativa e della competitività sul mercato. Anche da parte delle piccole e medie imprese fruitrici.

Questo tramite lo sviluppo di nuovi prodotti, processi o servizi, ovvero tramite il notevole miglioramento di quelli già esistenti, con particolare riferimento all'orientamento, alla formazione e all'azione di stimolo alla domanda delle imprese (art. 3, lett. b)).

I soggetti membri del partenariato dovranno possedere precisi requisiti a seconda che siano università, enti di ricerca pubblici, organismi di ricerca privati o imprese (art. 4).

Il decreto, come anticipato, fa riferimento ad un bando di gara di prossima pubblicazione, che dovrà selezionare i progetti in base a criteri molto competitivi (art. 7). Ad esempio, dovranno dimostrare un livello di maturità tecnologica medio-alto (da 5 a 8) secondo la scala “Trl” (Technology Readiness Level), utilizzata anche per i progetti che partecipano ai bandi Ue Horizon 2020 (per questa ultima opinione si v. di nuovo qui).

I fondi previsti attualmente dal bando sono 30 milioni (10 per il 2017 e 20 per il 2018) e i singoli centri verranno finanziati per un massimo teorico di sette milioni e mezzo, da cui si presume il numero limitato di centri (info sull’ammontare dei finanziamenti anche per gli anni futuri qui ma si v. anche gli artt. 2 e 6 del decreto Mise).

L’obiettivo è, ovviamente, concentrare le risorse ed evitare trasferimenti a pioggia. Per questo motivo la competizione tra gli atenei è, e sarà altissima.

Conclusioni

Con la pubblicazione del decreto ministeriale del 10 Gennaio 2018, si avvia così la fase operativa per la realizzazione dei centri Fraunhofer italiani del futuro. Con la speranza che possano essere un punto di partenza per trasformare la creatività e il sapere in innovazione e l’innovazione in sviluppo, produzione, competitività e benessere.

 

Il progetto può aver avuto e avere difficoltà o punti deboli, ad esempio, nel ritardo della regolazione o nella genericità dei criteri per la presentazione dei progetti. È stata raccontata, però, una vicenda reale, concreta e specifica; il tentativo, cioè, di una politica pubblica di migliorare il sistema produttivo del Paese per un futuro al passo con le innovazioni tecnologiche.

Si vuole concludere, quindi, con una digressione di più ampio respiro.

In una delle ultime copertine del The New Yorker si assiste ad una scena futuristica in cui la popolazione è robotica, e "al margine" della società, come direbbe Saskia Sassen, un umano, un giovane barbone, chiede l’elemosina. Il messaggio non è incoraggiante, ma aiuta a riflettere sul rapporto tra evoluzione tecnologica, lavoro e mercato. Un rapporto che nel lungo periodo, necessiterà di una sintesi.

La parola chiave è proprio "creatività". Attività, che difficilmente sarà sostituibile dal più efficiente dei robot e che sempre di più, si fa dominio dell’umano e del suo lavoro.

Dalla creatività deriva infatti l’innovazione; da una creatività sì libera, ma allo stesso tempo bisognosa di un ambiente in cui essere cresciuta. Una creatività illuminata, si potrebbe dire!

In un recente libro, Enrico Moretti ricorda come l’urbanista Jane Jacobs cinquant'anni fa osservasse che:

le comunità, al pari degli ecosistemi naturali, non sono entità statiche, ma realtà creative in continua evoluzione. Un mondo comune che si espande o si contrae in ragione dell’ingegnosità dei suoi abitanti.

Sono, insomma, ecosistemi umani [...]. La scintilla della creatività alimenta senza posa [...] il “nuovo lavoro” [...]: l’innovazione si realizza quando le persone interagiscono in un ambiente fecondo, dove inaspettati contatti tra idee danno luogo a oggetti o concetti nuovi e inattesi.

In America vi è l’"idea" degli hub hi-tech. Luoghi in cui le grandi società si circondano di startup per poi inglobarle, come il lievito che si espande. La Germania, la Francia e il Regno Unito, hanno intrapreso prima dell’Italia una politica di Industria 4.0 e sono in vantaggio in termini di tempo. Nessuno ha però ancora vinto la gara.

L’Italia ha iniziato il percorso in ritardo, ma ha raccolto la sfida (si v. l’articolo Calenda-Bentivogli sul Sole24ore). Sta, dunque, trovando la sua strada.

L’incognita è, se questo percorso, che deve fare i conti con una geografia mezzadra del tessuto produttivo, riuscirà ad essere competitivo in Europa.

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Elisabetta Tatì

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