lavoro agile nella pubblica amministrazione

E adesso che abbiamo tutte le leggi sul lavoro agile? Ce le mangiamo?

Come sai dopo anni di testi scritti e riscritti siamo arrivati ad una definizione normativa del lavoro agile. Intanto se lavori in aziende private la cosa è piuttosto semplice, la normativa è questa che trovi quiIl mio parere è che, la frase più importante contenuta nel testo, sia la definizione. Da questa legge in poi il lavoro agile esiste. Prima, in Italia, no. E all'estero non lo chiamano così.

[…]il lavoro agile quale modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività lavorativa. La prestazione lavorativa viene eseguita, in parte all'interno di locali aziendali e in parte all'esterno senza una postazione fissa, entro i soli limiti di durata massima dell’orario di lavoro giornaliero e settimanale, derivanti dalla legge e dalla contrattazione collettiva.

Se poi avete la mia stessa fortuna di lavorare in una Pubblica Amministrazione, siamo sì ricompresi nella legge sopra, ma a noi le carte piacciono, quindi abbiamo almeno altri due riferimenti: l’art.14 della Legge Madia e la direttiva sempre a firma del medesimo ministro.

Il telelavoro invece lo buttiamo via? No rimane, io stessa ne usufruisco, ma ha una normativa a parte.

Ritorniamo indietro di un passo. La direttiva è fresca di stampa, non sento il profumo della carta solo perché ormai non stampo più nulla 😉

Perché è uscita questa direttiva sul lavoro agile e chi la aspettava?

La attendevano i lavoratori della PA e gli uffici personale delle medesime, in quanto quell'art. 14 della legge Madia era generico e poco chiaro. Parlava di lavoro agile, senza che una definizione esistesse.

La direttiva ci spiega come le amministrazioni si devono attrezzare per permettere ai lavoratori che lo richiedono (fino al 10% del totale), di poter lavorare in maniera agile. Come si calcola il 10%? Sul totale dei dipendenti o sul totale dei dipendenti con mansione adatta al lavoro agile?

A questa domanda non si trova ancora risposta.

La cosa che mi preoccupava di più, aprendo il testo per la prima volta, era il numero cospicuo di pagine (ben 28). Leggendola però, ho capito perché ci volessero tante parole per spiegare una cosa semplice. La PA è piena di norme e la direttiva prende uno per uno i nodi, per scioglierli e spiegarli.

La direttiva in generale conduce per mano chi non ha idea di cosa sia il lavoro agile, affinché possa applicarlo, senza contraddire la normativa vigente. Gli elementi ci sono tutti, non si parla più soltanto di venire incontro al lavoratore svantaggiato, ma di lavoro per obiettivi, monitoraggio dell’efficienza, riorganizzazione degli spazi. Risolviamo pure l’annosa questione della sicurezza sul lavoro.


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Si cita inoltre in certi punti di “lavoro agile”, in altri di “smart working”, i puristi della lingua si arrenderanno al fatto che in Italia vengono ritenuti la stessa cosa, come disse l’accademia della Crusca.

Un capitolo che mi interessa particolarmente è quello dedicato al monitoraggio. Riguarda sì la produttività del lavoratore, ma anche i risparmi per la pubblica amministrazione. A mio parere dovrebbe misurare anche il miglioramento del servizio verso il cittadino, come capitato in questo caso di cui avevo parlato: ediliziagile.

Per la prima volta inoltre si ammette l’utilizzo dei dispositivi elettronici personali del lavoratore per uso lavorativo. Il fenomeno esiste da parecchio, ma nessuno ne aveva mai parlato. A Torino ci eravamo attrezzati anche per quello.

Una cosa ancora mi sarebbe piaciuta leggere, ma non è tempo... anche se lo sarebbe stato: l’attrazione e la valorizzazione dei talenti nella pubblica amministrazione.

 


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Laura Ribotta

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