intelligenza emotiva e digital transformation

Quanto è importante essere emotivamente intelligenti nell'era della Digital Transformation?

Ogni inizio è sempre arduo e io sono al mio primo articolo per Spremute Digitali. La tematica della quale mi interessa parlare è quella dell’Intelligenza Emotiva e nello specifico trattarla nel suo rapporto con la realtà di Trasformazione Digitale, con quale dolenti o nolenti continueremo a relazionarci ancora per un po’.

Cercherò di essere breve e per uscire dall’impasse, che ogni inizio potrebbe creare, mi affido a un guru della tematica: Daniel Goleman, autore del libro "Intelligenza Emotiva". Di Goleman, per centrare la tematica, ho scelto un articolo pubblicato su linkedin nell’Aprile di quest’anno: “Emotional Intelligence Myth vs. Fact”.

Nell'articolo l’autore porta il suo lettore a riflettere sul significato di Intelligenza Emotiva con una semplice domanda che parafrasata diventa:

“Se ti chiedessero una breve definizione di Intelligenza Emotiva cosa includeresti nella tua definizione?” Bella domanda!

… E mentre il lettore è assorto nella sua riflessione Goleman dà il suo responso. Responso che suona più o meno così:

essere Emotivamente Intelligenti è la capacità di riconoscere i nostri sentimenti e quelli di chi ci sta di fronte e di gestirli per interagire in maniera efficace.

Una definizione semplice, ma non banale perché come si dice qualche riga più in basso questo modus operandi rappresenta l’equilibrio tra diverse abilità.

Digital Tranformation: la nuova cultura tra emozioni, cambiamento e sensibilità

Per correttezza credo sia opportuno dare spazio anche al secondo tag e introdurre la Digital Transformation con una breve sintesi. Per farlo mi avvalgo di uno stralcio ripreso da: Atto Digital Transformation: protagonista o Figurante” di Andrea Solimene, quindi:

Digital Transformation consiste nel ridisegnare l’offerta del proprio business per renderla più competitiva e più aderente alle aspettative del proprio mercato grazie alle tecnologie digitali. Diventare un’organizzazione digitale significa quindi rivedere il proprio modo di fare business.

Dietro tutto ciò, c’è un mondo; ovviamente non ho le competenze per trattare il processo di Digital Trasformation in maniera esaustiva, pertanto mi limiterò a focalizzare la mia attenzione su uno dei suoi aspetti, quello che Andrea, nei suoi parametri di autovalutazione del Digital Quotient presenta in questo modo:


“Quanto conosci bene le persone che lavorano con te? E quanti di loro conoscono la mission della tua organizzazione? Cosa fai per loro?”.


 

Pertanto vuoi per estrazione, vuoi per professione e per il connubio tra i due elementi esplicitati nell’introduzione, mi limiterò a porre l’accento sull'aspetto più umanistico e “emotivo” della questione. Ovvero sull’interessante focus sulla persona che le nuove dinamiche portano con sé.

Sono convinta che è qui che risiede il legame tra la potenzialità di avere un‘intelligenza emotiva attenta, e i nuovi processi di trasformazione.

Un legame che ci rende partecipi della nascita di una nuova sensibilità che credo possa rappresentare l’antidoto al dubbio che, il digitale accelerando e facilitando i processi comunicativi, potesse portare con sé una forte “meccanicizzazione” dei processi. Una nuova coscienza che rappresenta un fattore di evoluzione delle competenze trasversali in primis, di quelle figure che assolvono il ruolo di connettore tra le esigenze di cambiamento esterno e il core business aziendale.

Quindi, quanto è importante essere emotivamente intelligenti nell'era della Digital Transformation?

O meglio cosa includeresti nella tua definizione di intelligenza emotiva nell’era della digital transformation? Per quel che mi riguarda penso che quella capacità di riconoscere di cui parla Goleman, possa andare in una doppia direzione: verso l’interno e verso l’esterno.

Provo a spiegarmi meglio.

“Avere la capacità di riconoscere” può tradursi nel possedere una Vision, ovvero l’abilità nell'essere lungimiranti. Captare e riconoscere le tendenze del mercato e orientare le organizzazioni, e con esse le persone che ne fanno parte; creare una rete consapevole e gestirne le relazioni in maniera efficace.

Avrete sicuramente già sentito parlare di nuova managerialità e io stessa ho avuto modo di soffermarmi sul nuovo ruolo del mondo HR. Una lungimiranza che verso l’interno guarda alla valorizzazione di quella cellula fondante un'organizzazione: il capitale umano. Base di una reciproca crescita.

Essere anello di congiunzione pertanto significa guardare ai cambiamenti esterni e rielaborarli verso l’interno, infondendo una cultura del cambiamento che, mettendo al primo posto anche le persone, ne riconosce i sentimenti, le ambizioni e le mette in relazione di una rete che genera potenziale teso a dar vita a quel circolo virtuoso del “sentirsi parte di”, di cui chissà avremo modo di parlare nel prossimo articolo.

Vi lascio non tanto con la speranza, ma con l’ambizione di non avervi annoiato. Alla prossima.

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Marianna Antenucci

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