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L'impatto dello Smart Working sulle Smart Cities

Lo Smart Working è un tema in continua evoluzione. Spesso mi capita di discutere dei confini di applicazione e, nella maggior parte dei casi, non si riesce a definire dei limiti chiari. In realtà lo Smart Working è applicabile in diversi contesti perché i benefici sono innumerevoli. Ne ho parlato con Marina Penna che, all’interno dell’Ufficio Studi ENEA, promuove ricerche e iniziative legate allo Smart Working e al Telelavoro con particolare attenzione agli aspetti ambientali. In uno dei recenti incontri abbiamo discusso delle tematiche legate all’impatto dello Smart Working sulle Smart Cities. Ecco cosa è venuto fuori.

Alla base della Smart City c’è l’idea che la grande capacità di connessione ed elaborazione di informazioni offerta dalle tecniche ICT possa contribuire a costruire un modello di collettività molto più cooperativa che in passato, e per questo più “abile”, cioè in grado di perseguire soluzioni più efficienti, più competitive e più inclusive.

Le logiche di governance delle Smart Cities vanno nella direzione contraria agli approcci “per competenze” che ambiscono a soddisfare, in modo separato, le molteplici esigenze delle comunità urbane e affidano a successivi compromessi il bilanciamento degli interessi concorrenti.

Il grado di smartness si misura nella capacità di recuperare e imparare a gestire il complesso contesto di connessioni e relazioni che intercorrono tra i settori della mobilità, dell’energia, dell’ambiente, dell’urbanistica, della cultura, dello sviluppo economico, dell’innovazione, della sicurezza, dell’inclusione sociale e così via.

 

È proprio tramite queste connessioni funzionali e gestionali, confinate in zone grigie dalle logiche di governance per competenze, che si apre la possibilità di paradigmi nuovi all’interno dei quali trasformare in risorsa la diversità di interessi. L’attività lavorativa è il più grande bacino di connessioni e relazioni funzionali all’interno di una comunità urbana. In esso si intrecciano economia, qualità della vita di persone e famiglie, domanda di mobilità, consumi, relazioni sociali, sviluppo urbano, formazione, cultura, genere, ICT e l’inestimabile “risorsa tempo”. Per questo è una chiave di volta per innescare il rinnovamento delle logiche di governo delle città.

Ricercare, attraverso nuove organizzazioni del lavoro, la conciliazione degli interessi di aziende, dipendenti e collettività è un approccio che mette in funzione innumerevoli “connessioni” permettendo a esse di moltiplicare “in positivo” gli effetti.

 

Perché lo Smart Working può essere un elemento chiave per le Smart Cities?

In Italia, per raggiungere il posto di lavoro si muove ogni giorno un esercito di 19 milioni di persone, che percorre 703 milioni di chilometri, consuma 29 tonnellate di combustibile e scarica in atmosfera 87 tonnellate di CO2, 18 tonnellate di polveri sottili e 243 tonnellate di ossidi di azoto, congestiona servizi e aree urbane di parte delle città e ne svuota altre.

È un colosso goffo ed estremamente vulnerabile perché le sue abilità sono fortemente condizionate dalla sua possibilità di muoversi e il suo movimento è causa di inquinamento, incidenti, malattie e disagi per la collettività. Non solo la sua capacità di produrre, ma anche quella di avere relazioni familiari e umane, di realizzarsi nel lavoro, di partecipare alla vita culturale, sociale, religiosa e politica della comunità, di godere di quanto di bello la vita potrebbe offrire sono artificiosamente legate alla capacità di muoversi del colosso. Più lento è il suo movimento più gli intervalli di tempo si riducono e spingono tutti gli ambiti della vita in una feroce concorrenza. Basta un intralcio anche minimo, una nevicata, uno sciopero dei trasporti, un evento che attira un elevato numero di persone esterne alla comunità urbana per determinare fenomeni di paralisi generale.

Organizzare diversamente il lavoro è la prima pedina del domino che si muove nella direzione di disaccoppiare le abilità dalla necessità di muoversi tutti insieme come un assurdo colosso.

 

Quali le opportunità legate all’introduzione del paradigma Smart Working per le Smart Cities?

Comunemente si associa al concetto di Smart City un insieme di dotazioni infrastrutturali e reti tecnologiche materiali e immateriali a servizio di gruppi o individui. Ma l'IT è solo il propulsore del cambiamento la chiave del successo è nella capacità di innovare il proprio modo di pensare e di agire

Come all’interno di un’azienda lo Smart Working non è solo una metodologia di lavoro flessibile e da remoto ma soprattutto una crescita culturale e una innovazione organizzativa basata su cooperazione, fiducia responsabilizzazione e obiettivi, così estendendo gli stessi concetti all’intero contesto urbano, le iniziative di Smart Working delle singoli organizzazioni potrebbero essere stimolate, coordinate, sostenute e governate in uno strumento di policy unitario e partecipato, per operare sull’organizzazione delle città.

Diventerebbe possibile influire sulla domanda di mobilità e quindi su consumi e inquinamento, mitigare la polarizzazione di attività economiche, servizi e sviluppo sociale che congestiona i centri e priva di identità le periferie, migliorare la vita sociale attraverso un miglior utilizzo della risorsa tempo e molto altro ancora…. Si sa che lo Smart Working libera risorse nascoste!

 

Immagino ci siano aspetti critici da superare. Quali sono e come potrebbero esser superati?

Che dire, è evidente che organizzazioni e città sono smart nella misura in cui sono “intelligenti” le persone che le governano e quelle che ne fanno parte. L’aspetto culturale è senz’altro l’ostacolo maggiore da superare.

L’ostacolo più comune nel settore privato è forse quello di perseguire assetti organizzativi finalizzati a massimizzare i profitti immediati, indifferenti ai rischi di impoverimento culturale e umano a cui espongono il proprio organico e ai processi di disgregazione del contesto sociale in operano.

Nel pubblico la penetrazione di principi organizzativi smart si scontra inevitabilmente con la diffusa tendenza a evitare qualunque assunzione di responsabilità che caratterizza tutti i livelli dell’azione amministrativa. Il disinteresse verso l’efficacia della propria azione è l’agente che perverte la valenza positiva di garanzia affidata alle procedure istituzionali e la riduce in ottusa burocrazia. È così che si allarga il divario fra la pubblica amministrazione e i contesti sociali e produttivi che dovrebbero ricevere organicità e sostegno dal suo governo.

Sia nel pubblico che nel privato ci sono sempre stati però germi di innovazione culturale, più o meno latenti, che ora trovano più frequenti occasioni di aggregazione. A queste Smart Communities è affidato un ruolo importante nel processo di “transizione” verso modelli urbani sostenibili.

 

Insomma.. c’è tanto lavoro da fare, non ci resta che rimboccarci le maniche!

 

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Andrea Solimene

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