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Lasciare la propria startup: intervista a Valerio Gioia

Valerio Gioia, startupper in ambito IT. È da poco uscito dalla sua startup in seguito ad un’operazione di M&A (clicca qui per saperne di più) per affrontare nuovi progetti lavorativi. Ho ritenuto interessante analizzare il punto di vista di chi ha creato una startup e, dopo anni, se ne è allontanato.


Come è nata l’idea di avviare una startup?

L’idea nasce osservando un problema: lavorando sul web ho sempre acquistato servizi di hosting, servendomi di aziende di ogni genere, dalla piccola alla multinazionale. Tutte avevano una caratteristica comune: la user experience era terribile, e complicava enormemente l’utilizzo dei servizi con procedure inutili, rendendo molto difficile la vita a chiunque non fosse un tecnico.

In questo problema ho visto un’opportunità: nonostante il mercato fosse già molto affollato, c’era spazio per un nuovo player in grado di parlare la lingua "dell’uomo comune" e non solo dei tecnici.

Fino all’ingresso in Nana Bianca gestivi l’azienda da solo. Hai mai pensato che, se avessi avuto fin dall’inizio un team strutturato, le cose sarebbero andate in maniera diversa?

Non so se le cose sarebbero andate in modo diverso, ma sicuramente partire con un team invece che da solo avrebbe aiutato molto. Più spalle sopportano meglio il peso e le responsabilità dell’azienda, e competenze ed esperienze eterogenee fanno bene al business.

Ci sono stati dei momenti in cui hai pensato di mollare la tua startup?

Ci sono stati momenti difficili, non lo nego. Le (poche) volte che ho pensato di mollare mi è bastato guardare indietro e vedere cosa stavo costruendo per dimenticare ogni problema e guardare alle opportunità.

Chi sono le persone che nella tua esperienza ti hanno aiutato a crescere come imprenditore e come startup?

Tutte le persone con cui ho avuto a che fare hanno contribuito in qualche modo alla crescita mia e dell’azienda: i consulenti che ci hanno creduto fin dall’inizio e mi hanno aiutato sacrificandosi un po’ anche loro, i primi clienti che hanno avuto fiducia e hanno acquistato, i detrattori e chi ha cercato di mettere i bastoni tra le ruote all’azienda, non rendendosi conto che in realtà le stavano dando energia per andare avanti ancora più forte.

Dal punto di vista personale sono stati fondamentali amici e famiglia, l’unica vera soluzione nei momenti di sconforto.

Nella tua mente quando hai iniziato c’era l’idea di fare diventare la tua azienda una macchina da soldi o già intravedevi la possibilità di venderla e generare un exit?

Forse nessuna delle due. La mia intenzione era di costruire un’azienda solida in grado di offrire un prodotto migliore a un determinato mercato. Sicuramente in fase iniziale non ho considerato una exit, cosa che poi ho rivalutato negli anni successivi.

Cosa cambieresti dell’ecosistema italiano di startup?

Smetterei di alimentare il mito dell’investimento come punto di arrivo, ricordando che l’investimento è solo l’inizio di un percorso lungo e faticoso, che nella maggior parte dei casi può concludersi con un fallimento.

Mi piacerebbe poi che i nuovi imprenditori capissero che non sempre è necessario ricorrere a investitori esterni: ci sono molti business model auto sostenibili già nel breve periodo, e non si tratta affatto di imprese di serie B.

Infine mi auguro che si riduca il numero di consulenti, guru, star ed esperti senza esperienza che dovrebbero aiutare le startup ma in realtà stanno solo contribuendo ad un modo sbagliato di fare impresa.

Quali sono state le motivazioni che ti hanno spinto a vendere la tua startup?

Il mercato in cui operiamo è molto competitivo e richiede grandi investimenti iniziali per la crescita; entrare in un grande gruppo che dispone delle risorse tecniche ed economiche è stato di grande aiuto per il business, oltre che l’opportunità per percorrere nuove strade che altrimenti non avremmo mai affrontato.

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Giovanni Tufani

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