diritto di disconnessione smart working

Lavorare creativi e sconnessi

Lo smart working, avvicinandosi sempre più ad una regolamentazione definitiva (in seguito al via libera del testo di legge) rischia di diventare interessante spunto di riflessione anche per i lavoratori così detti “tradizionali” su due aspetti in particolare: la perdita di creatività data dall’isolamento e la potenziale pericolosità dell’iperconnessione. 

Con la fine di Luglio, nell'ormai lontano 2016, si sono aperte per me, neo smart worker per scelta e impegno, due settimane di totale disconnessione dal lavoro che ho deciso di investire, tra le altre cose, in letture rimandate nelle ultime settimane per mancanza di tempo.

Tra le tante, si sono incrociati tre articoli che mi hanno portata ad una riflessione sulla sottile ipocrisia delle normative nel mondo del lavoro.

Il primo è lintervista a Marissa Mayer di inizio agosto 2016, in cui l’Amministratice delegata di Yahoo confessa la sua regola d’oro per avere successo: “lavorare tanto e duramente, anche 130 ore a settimana, bisogna sapersi organizzare bene. Pianificare quando dormi, quando fai la doccia e anche quanto spesso vai in bagno”.

Il secondo è un articolo de Il Sole 24 Orein cui si sottolinea l’importanza della regolamentazione di quello che viene definito “diritto alla disconnessione”: “Viene dunque stabilito il diritto alla disconnessione, nei tempi di riposo, dagli strumenti tecnologici di lavoro, un lavoro che è eseguito in parte dentro l’azienda, in parte all’esterno, con i soli limiti di durata massima dell’orario di lavoro giornaliero e settimanale derivanti dalla legge e dalla contrattazione collettiva.

Si prevede che l’orario deve essere stipulato in forma scritta non più “a pena di nullità”, ma “ai fini della regolarità amministrativa e della prova”.

Sempre su Il Sole 24 Ore, Francesco Seghezzi diceva «Chi lavora da remoto corre alcuni rischi dai quali deve essere messo al riparo - continua Seghezzi -. La creatività che deriva dal lavorare in team, ad esempio, è un valore aggiunto che può essere recuperato con connessioni e piattaforme di scambio adeguate».

Per un dipendente, perché questo rimane lo smart worker, tagliare i ponti con l’azienda madre può essere controproducente. Le imprese devono possedere infrastrutture adeguate con cui condividere informazioni. Il timore di essere tagliati fuori da processi decisionali può essere così ridimensionato.

A chiudere un pezzo di Osvaldo Danzi su Senza Filtro dal titolo provocatorio “Il buon manager si vede nel momento della pausa” in cui, tra le altre cose, si legge “Gente che risponde alle mail a mezzanotte o perennemente connessi per dimostrare attaccamento all’azienda e efficienza 24/24 non servono più a nessuno, né mai sono serviti.

Alimentano una catena di (im)produttività che esalta attività inutili generate di proposito in orari presidiati da nessuno (mail e ordini che verranno comunque lette ed eseguiti almeno 9 ore dopo), dove invece è più utile dedicarsi ad attività che ossigenino il cervello, alimentino la curiosità, stabilizzino la vita affettiva e familiare permettendo maggiore serenità sul posto di lavoro.”

E anche “Non c’è niente di più palloso, inutile e dannoso di un capo o un collega che a pranzo non abbia altri argomenti che i clienti, il budget, il business e le battute sulle colleghe.

Niente è più imbarazzante di un interlocutore senza interessi, senza un libro da scambiare, un film di cui discutere, un Paese da suggerire per il prossimo viaggio

 

Mi sono sentita come quando da bambina giocavo a “unisci i puntini” della Settimana Enigmistica, stupendomi della figura che compariva, già evidentemente chiara agli occhi di mia madre adulta.

Da un lato ci si arrovella, giustamente, per creare leggi che evitino la perdita di creatività dello smart worker, ma non esistono norme, almeno così mi pare, che evitino il torpore delle menti dei dipendenti “tradizionali”; perché il lavorare in team è uno stimolo alla creatività solo se i team comprendono la diversità, altrimenti sono solo una maschera dietro cui si camuffa una buona intenzione.

E a ben guardare la maggior parte delle aziende, salvo rare illuminate, altro non è che un susseguirsi di scrivanie arredate come una stanza di casa con fotografie, tazze per la colazione, accessori personali per qualsiasi emergenza, che dichiarano apertamente che si lavora 5 giorni su 5, 8 ore su 8 sempre con le stesse persone (spesso per anni interi), sfidando la creatività anche nelle menti più curiose.

Allo stesso modo, nel mondo del lavoro “tradizionale”, si è diffusa la modalità del sempre reperibili e pronti alla risposta, perché dire apertamente “non ci sono per i prossimi 15 giorni”, equivale a bruciarsi qualsiasi possibilità di carriera o aumento di stipendio; ma nel caso degli smartworker, invece, è di essenziale priorità che si regolamenti l’orario e la durata del lavoro.

Nella mia “nuova vita” ho avuto la fortuna di incontrare, in aree e settori diversi, due imprenditori illuminati, due generazioni diverse, due ambiti diversi, due storie diverse, ma accomunati dalla stessa filosofia di pensiero che si declina in due buone regole.

  1. Per essere sempre innovativi e non perdere mai lo stimolo a fare meglio bisogna diversificare le attività a cui ci si dedica: non fare un solo lavoro, ma concentrarsi sempre su due cose almeno, così da ampliare la rete di conoscenze e aumentare la possibilità di avere nuove e buone idee.   
  2. Per essere veramente efficienti e realmente produttivi bisogna alternare lavoro e riposo, essendo sempre al massimo in entrambe le fasi, il che significa che quando si riposa si stacca da tutto e ci si dedica ad altro.

Spero vivamente che chi si sta così impegnando per delineare una normativa completa applicata allo smart working, sappia poi riportarne alcuni punti anche sui lavoratori “tradizionali”, e se non ci arriverà la legge magari potranno intervenire i sindacati, innovando così il mercato del lavoro in senso pieno e vero.

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Valeria Farina

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