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Lo Smart Working raccontato da Erik Veldhoen: fondatore del concept in Olanda - Part 1/2

Erik Veldhoen è il fondatore dello Smart Working in Olanda. È dagli anni ‘90 che si impegna ad implementare tale metodologia per innovare e migliorare l’organizzazione del lavoro nelle aziende. Dove si muove? In Olanda, altri Paesi del Nord-Europa e Australia. È autore di diversi libri sul tema ed è un imprenditore di successo, sempre entusiasta delle possibilità offerte dallo Smart Working.

Lukas Hartog ha iniziato a parlare con lui di questo argomento proprio dagli anni ’90 e continua a farlo oggi per studiare gli uffici del futuro. Grazie a lui e alle interviste che fa ai suoi colleghi Project Manager ed esperti di Smart Working, le nostre spremute digitali sono sempre più ricche di vitamine.


Intervista ad Erik Veldhoen esperto di smart working

Ciao Erik, benvenuto su Spremute Digitali!

Q. Lo Smart Working concept fa parte della tua vita dagli anni ’90. Hai creato un’azienda di successo che si ispirava a questa metodologia e, dopo una decina di anni, l’hai venduta. Come mai hai fatto questa scelta proprio nel pieno boom tecnologico, dove le continue innovazioni davano sempre più slancio al concetto dello Smart Working? 

A. Esatto, proprio in quegli anni ha iniziato a svilupparsi questa "disciplina". In Olanda prende il nome di “Nuovo Modo Di Lavorare”. Nel ‘95 ho pubblicato il mio primo libro, dal titolo “Gli uffici non esistono più”, in cui avevo previsto il fenomeno della collaborazione virtuale, conseguente all’addio alla carta (paperless). Dopo aver pubblicato il mio libro, ho lavorato a tanti progetti Smart Working, di cui quattro davvero innovativi.

  • Interpolis, compagnia di assicurazione a Tilburg, in cui già nel ‘95 abbiamo iniziato a costruire l’azienda gestendola in base all’organizzazione delle attività;
  • Il Comune di Hertogenbosch, il primo comune che ha implementato lo Smart Working;
  • Orbis a Sittard, dove ho sviluppato l’ospedale del futuro;
  • BFS Macquarie, una grande Investment Bank australiana che ha deciso di implementare un modo di lavorare moderno ed un approccio focalizzato al 100% sul cliente.

 

I progetti successivi hanno seguito le orme di questi, ma senza portare delle profonde novità. Anzi, la tendenza era proprio quella di copiare l’idea maturata ben 25 anni prima. Ogni consulente si presentava come esperto di Smart Working e questa situazione non dava alcuna possibilità di crescita dal punto di vista innovativo. È stato così che ho deciso di vendere la mia azienda. Questo mi ha dato la possibilità di dedicarmi a nuovi progetti: è nata quindi la mia seconda opera, dal titolo “You-Topia”.

Q. In un’intervista, hai sostenuto che il 75% dei progetti Smart Working fallisce. Secondo te, qual è la principale causa di ciò?

A. Manca un approccio completo e totale. Per molte aziende Smart Working è sinonimo di taglio del budget. Ma non è così. Bisogna credere nell'importanza dell’"ufficio digitale" e il management deve avere completa fiducia nei professionisti. Le aziende devono puntare di più sul capitale umano!

Q. Per te, cos'è fondamentale per il successo dello Smart Working?

A. Totale coinvolgimento del CEO, che deve illustrare - da project manager – al team le peculiarità del progetto.

Q. Come descriveresti lo Smart Working?

A. È la metodologia che ci consente di essere sempre connected con le nostre informazioni e con le persone con cui collaboriamo. Grazie allo Smart Working abbiamo la libertà di gestire la nostra vita e di migliorare drasticamente il nostro work/life-balance. Per me lo Smart working è cominciare la giornata in cucina e, mentre fai colazione, pensi a come organizzare e gestire al meglio la tua giornata. Hai la possibilità di restare a casa o fare qualcosa nella zona in cui vivi. Decidi di lasciare il tuo quartiere soltanto quando ne hai un buon motivo, quando hai bisogno di un posto alternativo per ispirarti o per seguire un workshop interessante. In questo modo la coesione sociale torna ad essere presente nella zona in cui abiti.

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©Brittni Wood

Q. Il concetto di Smart Working di oggi è molto diverso dal concetto degli anni ‘90?

A. Sicuramente. Questo è dettato dal fatto che oggi abbiamo a disposizione delle nuove tecnologie. E parliamo di tecnologie avanzate rispetto al passato! Anche la prima "ondata" dello Smart Working è stata stimolata dalla tecnologia emergente.

Grazie all’introduzione del PC si è conclusa l’epoca in cui i professionisti scrivevano con carta e penna per poi chiedere alla segretaria di dattilografare i documenti. Negli anni ‘90 erano protagonisti Windows ‘95 con il suo pacchetto Office, Internet attraverso la linea telefonica e le prime e-mail. I professionisti potevano autogestire certi compiti e avevano la possibilità di lavorare in diversi luoghi. Era arrivata l’ora di cambiare radicalmente il modo di lavorare.

Ma per fare ciò bisognava creare dal principio l’area di lavoro digitale, un mental shift e il rinnovamento dell’ufficio tradizionale. Da quegli anni si sono avuti molti cambiamenti. Basta guardare al numero di cellulari. Nel 95’ in Olanda c’erano 70.000 cellulari, nel 2000 2,5 milioni e ora ci sono più cellulari che persone.

Q. Che prospettive future vedi?

A. La prossima rivoluzione, cioè ora, consisterà nel fatto che la postazione di lavoro tradizionale sarà soppiantata dall’ufficio digitale, che consiste nel proprio PC, smartphone o tablet. Ho fatto un’indagine chiedendo a diverse persone qual è il primo momento del giorno in cui prendono il cellulare e cominciano a compiere qualche azione che abbia a che fare con il lavoro. Il 95% lo fa appena sveglio, è proprio in quel momento che iniziano a lavorare.

Le stesse persone mi hanno raccontato che anche la sera tardi, prima di addormentarsi, si connettono sempre tramite mobile. Tutto ciò significa che sono molto fedeli al lavoro. Obbligare queste persone a stare in ufficio tra le 9:00 e le 17:00 non è giusto. Dedicare solo quelle otto ore al lavoro non ha più senso in un’era digitalizzata. Allo stesso tempo impedire ai worker di controllare l’email privata o Facebook sul posto di lavoro lo trovo alquanto ridicolo.


Continua a leggere la seconda parte dell'intervista ad Erik Veldhoen


 

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Lukas Hartog

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