nuove regole per lo smart working

Nuove regole per lo Smart Working spiegate da Sergio Alberto Codella

Nel 2017 con Spremute Digitali siamo stati Smart Sponsor del primo evento sullo smart working organizzato da Seedble, Inside Factory e Be Happy Remotely; il quale neanche dopo due settimane dal lancio, per le tappe di Roma, Napoli e Treviso, era già sold-out.

Nelle tappe dello Smart Working Day è stato approfondito il concetto di smart working, in tutte le sue sfaccettature. Dal punto di vista organizzativo e manageriale, ambientale, collaborativo, pratico, normativo e legale. Quest'ultimo, che spesso è l'aspetto più complicato da afferrare, anche a causa degli ultimi cambiamenti normativi, è stato spiegato in un workshop dal titolo "Nuove regole per lo Smart Working: un punto di svolta?" dal relatore Sergio Alberto Codella, avvocato dello studio legale Boursier Niutta e Partners, che ha chiarito gli aspetti più ostici dello smart working dal punto di vista legale e normativo.

Il suo intervento è stato un approfondimento sui cambiamenti introdotti dalla Legge 22 Maggio 2017, n. 81 e di come le nuove regole, saranno un punto di svolta per organizzazioni e lavoratori.

Mentre ero in attesa che lo Smart Working Day di Roma iniziasse, ho avuto modo di fare due chiacchiere proprio con Sergio, per chiarire dei punti, secondo me fondamentali ed apprendere appieno il suo interessante intervento.

Ti lascio all'intervista. Buona lettura.

Nuove regole per lo Smart Working. Dialogo con l'avvocato Sergio Alberto Codella

Q. L'implementazione di modelli di smart working permettono di ottenere risultati positivi a livello di organizzazione aziendale, per i lavoratori e per la comunità. Quali?

A. I vantaggi possono essere molteplici per una platea di soggetti diversi. Le aziende potranno vantare un miglioramento della produttività, una riduzione dell’assenteismo ed una diminuzione dei costi fissi. In numerosi casi e dopo che sono stati attivati modelli organizzativi di smart working, le stesse imprese sono rimaste positivamente sorprese e impressionate per i risultati raggiunti.

Anche la collettività potrà godere di benefici legati, soprattutto, al minore "impatto ambientale" di un'attività lavorativa svolta come smart worker.

Peraltro e differentemente da quanto si possa generalmente pensare, lo smart worker non risulta essere un lavoratore "isolato", ma anzi l’utilizzo di tale sistema organizzativo può facilitare anche fenomeni di socializzazione essendo più liberi di frequentare luoghi diversi.

Non bisogna poi dimenticare che anche i lavoratori beneficiano di una riduzione dei costi e dei tempi legati al trasferimento casa-luogo di lavoro, di maggiore responsabilizzazione e, quindi, rispetto alla propria attività, e soprattutto, di un miglioramento del proprio work-life balance.

Dell’importanza di tale ultimo profilo sembra essersi accorto anche il Legislatore, che ha recentemente definito una disciplina normativa dello smart working (e, cioè, la L. n. 81/2017) con l’espresso scopo di agevolare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, oltre che di incrementare la competitività.

Q. Secondo te in Italia quali sono le paure, legali e non, ancora legate allo smart working, che ne impediscono la completa accettazione ed implementazione?

A. Mentre nei paesi anglosassoni il concetto di smart working è presente da molto, in Italia è solo dal 2013 che è sorto un più significativo interesse che sta, peraltro, esponenzialmente crescendo negli ultimissimi tempi.

Nonostante ciò vi è ancora un’incertezza di fondo da parte di alcuni datori di lavoro che temono di perdere il "controllo" dei propri dipendenti.

Anche una parte del management è, in alcuni casi, diffidente nei confronti del lavoro agile perché ancora troppo legato a sistemi di leadership orientati ad una organizzazione del lavoro scadenzata su tempi e luoghi fissi.

In realtà, anche certi dipendenti hanno "paura" del lavoro agile, perché può accadere che sia vissuto come una sorta di allontanamento dall'azienda e dai propri colleghi.

A ben vedere, molti di questi timori sembrano essere infondati e frutto - soprattutto - della poca attitudine al cambiamento. Peraltro, mentre molte grandi aziende si sono, sin da subito, interessate al fenomeno, la diffidenza è assai più forte nelle realtà di medie-piccole dimensioni.

Vi sono poi delle criticità legate anche ad alcune questioni legali relative, ad esempio, ai limiti al controllo delle attività lavorative svolte e alla disciplina degli infortuni sul lavoro, cui si è cercato di porre rimedio anche con l’ultimo e già citato intervento legislativo.

Q. Quale ruolo dovrebbero giocare le imprese, i sindacati e i lavoratori per avviare i modelli di smart working?

A. Fino ad oggi, la disciplina sullo smart working è stata spesso demandata ad accordi tra i datori di lavoro e le organizzazioni sindacali, volti a regolamentare i "modelli" organizzativi ed i limiti di utilizzo dell’istituto.

Alcune di queste intese sono innovative, in quanto definiscono un modo diverso e più moderno di concepire il modo di lavorare che è certamente più coerente con un mercato globale e digitalizzato.

Oggi, la L. n. 81/2017 concentra massimamente la propria attenzione sull’accordo individuale tra datore di lavoro e dipendente che sarà, quindi, sempre più responsabilizzato nel suo ruolo.

Q. L'ultimo intervento normativo in materia, ha portato cambiamenti significativi volti alla loro implementazione?

A. Sicuramente la L. n. 81/2017 ha l’ambizione, da un lato, di promuovere l’implementazione di nuovi modelli di smart working in tutte le aziende e, dall'altro, di disciplinare un fenomeno che, almeno in quelle più grandi, è già abbastanza diffuso.

La Legge ha certamente il merito di volere fare chiarezza su un fenomeno che, fino ad oggi, era privo di una precisa collocazione normativa.

Direi, quindi, che il primo cambiamento è quello volto a volere offrire più "certezza" su quali siano i diritti, ma anche gli obblighi, che ricadono sulle aziende e sui lavoratori che si vogliono interessare allo smart working.


La domanda che segue è stata posta in relazione all'evento Smart Working Day di Roma. Molto interessante da leggere per comprendere quale ruolo può ricoprire un legale nell'implementazione dello smart working per essere da supporto ad un'organizzazione.


Q. Allo Smart Working Day di Roma affronterai il tema dal punto di vista legale. Quali argomenti tratterai e qual è il ruolo che può ricoprire un legale nell’implementazione dello Smart Working?

A. Anche alla luce della normativa recentemente entrata in vigore, cercherò di mettere a fattor comune alcune idee che possano permettere di definire modelli di smart working che riducano eventuali rischi di natura legale.

La L. n. 81/2017 è un’ottima occasione per configurare nuovi modelli di lavoro agile, fin da subito rispettosi degli obblighi e dei diritti di cui è titolare ciascuna parte, ma anche per "ristrutturare" e mettere a punto quelli già adottati.

Le questioni centrali che saranno affrontate sono quelle legate alla gestione e formalizzazione degli accordi di lavoro agile, ai limiti al potere di controllo e disciplinare sul lavoratore, alle modalità di recesso dal regime di smart working, agli adempimenti in tema di formazione e sicurezza sul lavoro, alle questioni attinenti gli infortuni e all'utilizzazione del lavoro agile.

In tutto questo, un legale può offrire un’attività di assistenza su ogni singolo aspetto, preoccupandosi sempre di formulare risposte "su misura" per ciascuna azienda.

Sotto un profilo legale, sarebbe inopportuno standardizzare le soluzioni in quanto lo smart working nasce proprio da un'esigenza di flessibilizzazione e diversificazione delle attività organizzative e lavorative e, pertanto, deve essere trattato con lo stesso approccio da un punto di vista giuridico e ciò per evitare di adottare risposte sempre uguali in caso di esigenze aziendali differenti. Ragionare in modo diverso significherebbe correre il rischio di ingessare e rendere funzionalmente inefficace, uno strumento naturalmente volto ad offrire massimo dinamismo e competitività.

Ringrazio Sergio per l'intervista ed il tempo dedicatomi.

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Sara Duranti

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