Pillole per un Financial Statement attendibile

Affinchè una startup innovativa possa essere considerata valida davanti ad una platea di potenziali investitori, non è sufficiente che il team prepari un pitch ad effetto, un MVP ben strutturato o un Business Canvas Model ad hoc.
C’è bisogno infatti che tutti questi strumenti siano corredati dalla stesura di un Financial Statement coerente, esauriente e dettagliato e che sia in armonia con la disciplina contabile-fiscale e giuslavoristica vigente.

Purtroppo dalla mia diretta esperienza nel mondo startup, questa esigenza viene il più delle volte sottovalutata, e, spesso, ci si trova davanti a numeri messi a caso senza uno studio approfondito e senza alcuna cognizione di causa.
In questo articolo voglio andare a sottolineare tre delle voci sulle quali un’analista finanziario si soffermerà e sulle quali il CFO di una startup non può permettersi errori.

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Ph: Dirk Knight - Fonte: Flickr

Spese di ricerca e sviluppo: all’interno di questa categoria sono ricomprese tutte quelle voci inerenti l’attività di ricerca, finalizzata al conseguimento di nuove conoscenze o capacità tecnico-scientifiche, e gli sforzi intellettuali che ne conseguono e mediante i quali, dette conoscenze o capacità, vengono utilizzate in nuovi processi produttivi o nella realizzazione di nuovi prodotti o servizi. Nel caso quindi di startup innovative, in questa voce devono essere ricomprese anche le spese per il personale addetto allo sviluppo tecnico.

Spese di marketing: nell’attività di Fundraising di una startup tale voce rappresenta un’importante “fetta” del fabbisogno di capitale. Molto spesso gli importi che vengono indicati sono calcolati con troppa approssimazione e ci si limita a ricomprendere solo campagne pay-per-click su social network o motori di ricerca.

Gli importi inseriti, invece, devono essere dettagliati il più possibile e, per ogni fase di sviluppo della startup, deve essere indicata una stima del costo di acquisizione del cliente. Ciò servirà a rendere il piano d’impresa più credibile e contribuirà al rafforzamento delle stime effettuate nel piano di vendita.

Si dovrà inoltre tenere conto, in questa voce, delle spese di pubblicità: da capitalizzare in oneri pluriennali o da imputate ad un singolo esercizio.

Costo del lavoro: sovente ci si trova di fronte a startup talmente “innamorate” della propria idea, che si dimenticano il contesto economico-giuridico nel quale sono collocate. Questo il più delle volte si traduce in un erroneo e sommario calcolo delle spese per il personale. Affinché tali spese siano attendibili, è necessario che il piano del personale sia dettagliato e che, per ogni figura professionale, siano definiti il contratto nazionale di riferimento, l’inquadramento contrattuale, il livello e le mansioni. Ovviamente si deve tenere conto del costo aziendale e quindi considerare gli oneri contributivi, il TFR e altre indennità. Deve essere inoltre indicato se il costo considerato beneficia di agevolazioni fiscali temporanee oppure se si tratti di una condizione di normalità.

Una errata imputazione di queste tipologie di costo, avrà un effetto diretto nella determinazione del BEP (break even point) e sulla redditività della startup. Bisogna ricordarsi che molto spesso gli investitori basano le loro scelte di investimento proprio su questi valori.

Dall’analisi di queste tre voci, appare quindi evidente di come, nel caso in cui il team non abbia al proprio interno delle figure che siano in grado di effettuare tali attività di analisi, sia necessario che la startup si rivolga a dei professionisti, a degli incubatori o a degli acceleratori.

Troppo spesso nel panorama italiano delle startup, alcuni aspetti vengono trattati in maniera eccessivamente superficiale ed approssimativa.

Si spiega forse così il tasso di fallimento di oltre l’80% dei nuovi progetti imprenditoriali?

 

 

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Giovanni Tufani

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