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È finita l'ora dello Smart Working?

Tra tante notizie incoraggianti sulla diffusione dello Smart Working, ne spicca una in netta controtendenza.

“Ibm fa marcia indietro: basta smart working”

In principio mi sono stupita: IBM è stata una delle prime realtà ad accedere allo smart working, come mai adesso questo cambio di direzione?

Poi mi sono addentrata nella notizia.

Michelle Peluso, che da meno di un anno è diventata manager dell’area marketing, ha chiarito in un post del blog aziendale che per essere sempre più produttivi e performanti, gli impiegati hanno bisogno di lavorare in una location creativa, da cui poter trarre la giusta ispirazione (Wired)

Ripensando alla mia esperienza di smart working, però, qualcosa non tornava: io ho trovato più ispirazioni in questi 18 mesi che negli ultimi 5 anni di azienda (almeno). Ho conosciuto realtà e persone completamente diverse, non solo da quella che era la mia realtà quotidiana, ma anche tra loro.

Startup che provano a fare qualcosa di concreto e innovativo in mezzo a un mercato stanco e stantio pieno di autoreferenzialità.

Giovani che, non trovando un’occupazione stabile e duratura, provano a trovare nuovi modi per inventare un lavoro che non c’è.

Meno giovani che, rifiutati dal mercato lavorativo, si reinventano una professione, spesso scoprendo in sé talenti che non credevano di avere.

Allora vado avanti nella lettura…

Si tratta non solo di un annuncio che rischia di avere conseguenze sulla vita di molti lavoratori, ma di una marcia indietro senza precedenti per un’azienda che già nel 2009 – quando lo smart working era sconosciuto da molti – permetteva al 40% della propria forza lavoro globale (386 mila addetti) di lavorare da casa.

E qui il primo sospetto: anche IBM è caduta nel tranello smart working/telelavoro?  No, dai…

E cambiando fonte

"Si fa riferimento ad uno studio Harvard, secondo il quale le condizioni per ottenere migliori risultati sono quelle di concentrarsi sul miglioramento di una sede lavorativa e di favorire gli incontri tra colleghi. In tale ottica si dovrebbero favorire gli insediamenti accanto all'azienda e lo stesso layout dell’azienda dovrebbe cambiare tanto da permettere ai dipendenti di fare sport, leggere e riposarsi.

Queste considerazioni ricordano il Villaggio Crespi d'Adda (BG), una vera e propria cittadina costruita agli inizi del novecento dal proprietario per i suoi dipendenti e le loro famiglie. Ai lavoratori venivano messi a disposizione una casa con orto e giardino e tutti i servizi necessari. In questo piccolo mondo il padrone "regnava" dal suo castello e provvedeva come un padre a tutti i bisogni dei dipendenti: dentro e fuori la fabbrica.

Nel Villaggio potevano abitare solo coloro che lavoravano nella fabbrica, e la vita di tutti i singoli e della comunità intera "ruotava attorno alla fabbrica stessa", ai suoi ritmi e alle sue esigenze."

 

Ma questa considerazione mi sembra totalmente opposta alla prima: come si può pensare che la “giusta ispirazione” arrivi, vedendo e confrontandosi sempre tra le stesse persone?

E poi proprio IBM che continua a “vendere” soluzioni di smart working ai suoi clienti, o pubblicare ricerche sui vantaggi del lavoro da remoto.

E alla fine, in un'altro articolo, colgo una frase che mi fa riflettere:

IBM ha smesso di credere nel lavoro a distanza o, come fanno notare alcune fonti, il problema sono i fatturati in calo e la necessità di ridurre i posti di lavoro?

 

Vogliono forse dirmi che anche il ciclo dello smart working si è esaurito?

Mi spiego meglio.

“C’era una volta il mito del benefit”, come spiega Laura in un bel pezzo su felicità e lavoro. Auto e affini sono stati gli strumenti con cui le aziende hanno tenuto, e trattenuto, i dipendenti migliori negli anni passati. Oggi assistiamo a un welfare aziendale che sta cambiando faccia proprio per venire incontro alle nuove esigenze dei lavoratori che, invece, delle auto e affini non ne vogliono più sapere.

Così, uno strumento che aveva avuto tanto successo in anni passati, oggi, semplicemente, non funziona più.

Stessa fine è stata riservata ai così detti “piani di carriera”: ai giovani che entravano nelle aziende veniva prospettato un percorso di crescita e avanzamento, con il quale il lavoro h24 7giornisu7 non sembrava quasi pesare. Ma oggi? Chi occupa posti al vertice rimane fino a fine carriera, gli sbocchi sono sempre meno, e ai giovani non si possono più garantire scalate al successo, anzi…

Ecco, mi pare che la stessa strada spetti allo smart working: è sembrata la soluzione adatta ad assecondare le esigenze di una nuova fase di vita dei lavoratori in cui da un lato nuove tecnologie, dall'altro vite private sempre più complesse, chiedevano a gran voce un cambiamento della formula 9-19 (almeno) alla scrivania.

Ma forse non basta più, e il paradosso è che in un mondo che cambia velocemente, lo smart working è stato troppo lento ad insediarsi, pertanto chi lo utilizza da anni (vedi IBM) è già transitato alla fase successiva: devo trovare qualcosa di nuovo.

 

Ma quanto dura il “nuovo”?

Penso che la strada da prendere sia la ricerca di un senso, più che di uno strumento. In fin dei conti anche lo smart working dovrebbe avere un valore più ampio rispetto all'essere un mero strumento di “conciliazione”: dovrebbe – o avrebbe dovuto – essere un nuovo modo di lavorare che permette di elevare la qualità di quello che si fa, a prescindere dal luogo e dal tempo.

Oggi ci si interroga molto sul “senso” del lavoro: sia perché le nuove generazioni hanno questo come obiettivo molto forte (più dello stipendio, del posto fisso, dei benefit), sia per la nascita di realtà che vogliono andare oltre il profitto, facendo qualcosa per la società e l’ambiente, come le splendide B-Corp.

Forse l’esperienza di IBM aiuterà chi si avvicina allo smart working oggi, a farlo in modo più totalizzante e vero, pieno e profondo, rispetto alla mera soluzione di conciliare vita privata e vita lavorativa o di passare meno tempo in auto.

 

Commenti

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Valeria Farina

1 comment

  1. Il senso del lavoro, uno sguardo al futuro - Spremute Digitali 21 settembre, 2017 at 07:50

    […] Nell'articolo di Luglio chiudevo con una frase: “Oggi ci si interroga molto sul “senso” del lavoro: sia perché le nuove generazioni hanno questo come obiettivo molto forte (più dello stipendio, del posto fisso, dei benefit), sia per la nascita di realtà che vogliono andare oltre il profitto, facendo qualcosa per la società e l’ambiente, come le splendide B-Corp.” […]

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