Smart working: il cambiamento ora

Lo smart working non è un concetto del tutto nuovo. Nei primi anni ‘90 diverse aziende hanno cercato di lavorare smart rivedendo i propri processi e le proprie dinamiche aziendali. L’Olanda è stato il primo Paese  ad avviare e implementare progetti riconducibili all’attuale concetto di smart working. A distanza di oltre venti anni possiamo ormai dire che tutte le organizzazioni olandesi possono considerarsi smart? Purtroppo no. Secondo alcuni esperti, il 75% dei progetti di smart working è fallito. 75%. Ripeto. Su quattro progetti avviati, solo uno aveva la speranza di decollare. Come si spiega tale fenomeno? La teoria dello smart working sembra essere così chiara e semplice da attuare, ma l’apparenza inganna. La mission dello smart working non è una mission semplice: si cerca di cambiare il modo di lavorare, di collaborare e di organizzare le attività modificando l’approccio a cui siamo tanto abituati adesso, quello riconducibile alla Rivoluzione Industriale.

Se confrontiamo gli anni ‘90, i primi anni in cui si è diffuso lo smart working, con quello che sta succedendo oggi, possiamo dire che qualcosa è sicuramente cambiato. In quell’epoca non era comune avere un cellulare e, se volevi collegarti ad internet, avevi bisogno necessariamente della linea telefonica. Ricordo ancora quando ai tempi del liceo (metà anni ‘90, quindi il Medioevo di Internet) per effettuare le prime ricerche online mi recavo a casa di amici per sfruttare la connessione. E non solo quella, visto che una fetta di torta di mele della mamma c’era sempre nei break!

Navigare sul web significava anche occupare la linea telefonica impedendo così di essere rintracciabili al telefono. Pura follia se si pensa all’attuale scenario quotidiano. Adesso internet ha il suo canale e la velocità di connessione è in continuo aumento (seppur continuiamo a lamentarci che è sempre lento!). Non abbiamo più un Nokia 3210 in tasca, ma smartphone che permettono di conquistare il mondo. Grazie a Google abbiamo accesso alle conoscenze diffuse nel mondo e a programmi software sofisticati (spesso a costo zero o irrilevante perchè spalmato annualmente mediante i servizi in abbonamento). Grazie ai social media possiamo connetterci con gli amici, trovarne nuovi, conoscere persone e collegarci ad esperti di tutto il mondo. E la velocità del cambiamento sembra aumentare sempre di più. Aziende che - solo qualche anno fa - erano semplici idee di business ora stanno trasformando le dinamiche del mercato dei taxi (Uber, Lyft), della fotografia (Instagram) e degli hotel (AirBnb, Booking.com), creando seri problemi agli equilibri socio-economici.

Eppure… il modo in cui lavoriamo non è cambiato così tanto. La stragrande maggioranza delle organizzazioni ha una struttura gerarchica, l’email (nient’altro che una lettera digitalizzata) è il principale mezzo di comunicazione, trascorriamo tantissimo tempo all’interno di quattro mura (il nostro ufficio) e ancor di più nello stesso posto (la nostra scrivania), scheduliamo riunioni ogni istante per pianificare e allineare le attività sottraendo spesso del tempo all’operatività. Secondo una ricerca condotta da Volometrix e promossa dal Wall Street Journal, lavoriamo mediamente circa 11 ore settimanali per svolgere i compiti chiave a causa di email e riunioni. Assurdo! Inefficienze che si riflettono sulle performance aziendali e sul benessere psicofisico.

Purtroppo c’è un abisso tra quanto descritto e come organizziamo la nostra vita al di fuori dell’ufficio, o come si organizzano le startup o come comunicano e collaborano le nuove generazioni. Minor standardizzazione ed inefficienze. Maggior flessibilità e rapidità. Diventa di vitale importanza, ancor più rispetto agli anni ‘90, l’organizzazione del lavoro secondo un approccio agile e una cultura aperta, in cui il worker riesce a lavorare con maggiore flessibilità e a costi sempre più bassi.

 

 

Lo smart working può essere la soluzione al futuro! Inseguiamolo.

SEOcms 4/5 Maggio Bologna 2017

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Andrea Solimene

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