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Smart working: il sogno, la libertà e la legge

In questi giorni ho letto e riletto il DDL presentato dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali, su smart working o lavoro agile che dir si voglia.

Ad oggi esiste un Disegno di Legge, nulla di più, ma già da varie parti si alzano voci di non totale accordo con quanto proposto. Voci di chi dissente, di chi, avendolo sperimentato direttamente suggerisce modifiche, di chi lo commenta non capendone alcuni dettagli.

Senza dubbio si stanno facendo dei passi nella giusta direzione: avere una normativa ad hoc per lo smart working da un lato ne istituzionalizza la realtà, dall’altro supporta le aziende alla sperimentazione (fino a qualche anno fa la frase “non esiste una normativa a riguardo” era il baluardo dietro cui nascondere dubbi, timori e paure).

Ad oggi sembra che scopo del disegno di legge (ne è stato discusso anche in questo articolo qui) sia quello di andare a regolamentare i classici punti caldi dello smart working: spazi, tempi, tecnologie e sicurezza; senza la pretesa, almeno in questo primo tempo, di voler esaurire un tema così variegato e complesso destinato, per sua natura stessa, a evolvere e cambiare per restare al passo coi tempi.

Personalmente, pur sapendo che le cose vanno fatte coi dovuti tempi e modi, e che il lavoro agile è un cambiamento gigantesco per il mondo del lavoro, sognavo una norma più coraggiosa, più libera, più sfidante.

“… Promuovere il lavoro agile quale modalità flessibile di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato, allo scopo di incrementarne la produttività e agevolare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro”

Non sono certa che il lavoro agile debba necessariamente essere legato ad uno scopo, quanto meno se si riduce a produttività e conciliazione; come ha detto Chiara Bisconti ad un convegno romano “Smart working riguarda la vita delle persone, lavoro agile è felicità”. Addirittura la coraggiosa e solare assessore al Comune di Milano ha proposto di istituire il Ministero della Felicità. Oggi si è sempre più attenti al benessere e allo stare bene, perché non farlo anche sul lavoro?

“Quando il lavoratore svolge la prestazione fuori dai locali aziendali non è necessario che utilizzi una postazione fissa

Da qualche tempo sui social impazza l’hashtag #whereismydesk con fotografie meravigliose di uffici in riva al lago, al bar, in spazi alternativi, in musei. Provocazioni, certamente, ma visto che per noi sognatori dello smart working la speranza è che il lavoro agile sia veramente lavorare da dove si vuole, fa sorridere che si sia ritenuto necessario specificare che non ci sia una postazione fissa.

“La prestazione viene eseguita in parte all’interno dei locali aziendali e in parte all’esterno, ed entro i soli limiti di durata massima dell’orario di lavoro giornaliero e settimanale, derivanti dalla legge e dalla contrattazione collettiva”

Lo so, li sento, i sindacati sono già sul piede di guerra: "Poi si finisce che si lavora sempre, non ci sarà un limite tra vita privata e vita lavorativa, e gli straordinari che fine faranno…" La vera questione qui è che se si fa il vero passo fondamentale dello smart working, ovvero il lavoro per obiettivi, non ha alcun senso il riferimento orario. Sarà decisione dello smart worker se finire il suo compito in qualche giornata di lavoro intenso, o se diluirlo. Un po' come a scuola: c’erano studenti che dividevano diligentemente il programma di studi nei giorni a disposizione e c’era chi passava le ultime notti in piedi a studiare.

Perché la vera libertà del lavoro agile sarà quella di poter riorganizzare le proprie giornate, non solo per accompagnare i figli a scuola, ma anche per godersi una passeggiata in un prato.

Il tema della disconnessione è sicuramente un nodo importante, ma dal mio punto di vista non è lo smart working ad averlo sollevato, anzi. Forse la “disponibilità 7/24” a cui certe nuove tecnologie ci hanno legato, sarà rotta solo ed esclusivamente se si adatteranno a lei nuove modalità di lavoro, in cui lavoratore e azienda avranno la possibilità di agire paritariamente nella scelta di quando e quanto lavorare.  

“… Il lavoratore ha diritto alla tutela contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali dipendenti da rischi connessi alla prestazione lavorativa resa all’esterno dei locali aziendali e alla tutela contro gli infortuni sul lavoro occorsi durante il normale percorso di andata e ritorno dal luogo di abitazione a quello prescelto per lo svolgimento della prestazione lavorativa al di fuori dei locali aziendali, nei limiti e alle condizioni di cui… quando la scelta del luogo della prestazione è dettata da esigenze connesse alla prestazione stessa o dalla necessità del lavoratore di conciliare le esigenze di vita e di lavoro e risponde comunque a criteri di ragionevolezza.

Qui ammetto che dopo un primo attimo di scoramento, ho deciso di prenderla con ironia. Ripenso alle mie ultime giornate in cui, felice e elettrizzata dal poter finalmente mettere in pratica lo smart working, decisi di fare ogni giorno una strada diversa per recarmi in quello che è il mio luogo di lavoro prevalente. Quindi posso fare smart working ma non posso cambiare strada?

Poi penso ai luoghi in cui, sempre in questa mia nuova vita, ho deciso di aprire il pc e accendere il mio modem portatile e mi chiedo se il parrucchiere con i bigodini in testa, la sala d’attesa del medico che era in ritardo, la banchina del treno che non arrivava mai… rispondessero ai “criteri di ragionevolezza". Ammetto di non essere riuscita a rispondere.

In conclusione, sono felice che dal lontano 2014 (data del DDL Mosca-Tinagli) qualcuno abbia ripensato all’idea di normare il lavoro agile, solo spero che alla fine il coraggio di rompere gli schemi prevalga sulla difesa perché per riprendere il Ministro Poletti, “non si può sempre agire in difesa di” e non si va avanti se si costruisce difendendosi da qualcosa che supponiamo avverrà.

Oggi più che mai si dovrebbe agire per innovare, magari sbagliando, ma – come disse qualcuno ben prima di me – “solo chi non osa non sbaglia”.

Io guardo al futuro, quando il lavoro agile non necessiterà più di un accordo individuale tra lavoratore e azienda, quando sarà normalità, scelta del lavoratore, quando l’unico “vincolo” sarà il senso del dovere, la responsabilità individuale di organizzare tempi, modi e ritmi per portare a termine un obiettivo che a volte sarà individuale, ma a volte condiviso per cui necessiterà un accordo con datore di lavoro e colleghi perché spinti dalla stessa motivazione: far funzionare le cose.

Qualcuno che conosco lo chiamerebbe “patto sociale”, comunque nella mia testa il sogno è che le nuove generazioni potranno godere della libertà di scegliere, e la legge sarà lì ad accompagnarle e non ad ostacolarle.

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Valeria Farina

2 comments

  1. Smart working: il sogno, la libertà e la... 21 giugno, 2016 at 18:11

    […] In questi giorni ho letto e riletto il DDL presentato dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali, su smart working o lavoro agile che dir si voglia. Ad oggi esiste un Disegno di Legge, nulla di più, ma già da varie parti si alzano voci di non totale accordo con quanto proposto. Voci di chi dissente, di chi, avendolo sperimentato direttamente suggerisce modifiche, di chi lo commenta non capendone alcuni dettagli.  […]

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