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Stress lavoro correlato: una soluzione nello Smart working?

La parola stress ha un significato tanto fumoso quanto incerto. Se a questo associamo l’essere “lavoro correlato” ecco allora che questo significato fumoso diventa definito e associabile a qualcosa di preciso: appunto il lavoro.

Prima appannaggio esclusivo delle professioni assistenziali (medici, infermieri, poliziotti, professioni del soccorso, insegnanti), lo stress lavoro-correlato ha potuto estendere la propria presenza in quasi tutti i contesti organizzativi, siano questi in ambito industriale piuttosto che in quello dei servizi.

Quando è possibile parlare di questa particolare forma di stress? In maniera piuttosto generica l’individuo può avvertire questo tipo di stress quando le richieste dell’organizzazione eccedono quelle che sono le possibilità del lavoratore, sia in termini di difficoltà oggettive legate alla mansione, sia in termini di competenze/responsabilità. L’individuo finisce con l’andare in conflitto con l’ambiente e ad avvertire quest’ultimo come ostile e addirittura pericoloso (qualcosa insomma da cui fuggire).

Questo profondo disagio può manifestarsi con una serie di sintomi di natura ansiosa e/o depressiva piuttosto che con sintomi fisici anche preoccupanti.

Come ovviare a tutto ciò? Cambiando lavoro? Può essere una soluzione.

Oppure? Ci sono altre soluzioni?

Stress lavoro correlato: cosa fare?

Gli approcci che un’azienda può seguire per diminuire o eliminare difficoltà di questo tipo (che a volte possono anche creare problemi non semplici addirittura di natura sindacale) possono essere molteplici. Si possono redistribuire i carichi, si può assumere personale competente o semplicemente dividere i compiti e le responsabilità. Altresì può essere utile cambiare approccio organizzativo sia in termini strutturali che di metodo.

A mio avviso lo Smart working può essere una delle soluzioni percorribili con il più ampio margine di successo.

Analizziamo nel dettaglio i vantaggi a favore del benessere psico-fisico del lavoratore:

  1. Lavorare in Smart working significa evitare spostamenti superflui e quotidiani. Spostarsi meno vuol dire evitare magari ore di fila in tangenziale, treni sovraccarichi e sbalzi termici discutibili. Essere chiusi in spazi angusti con 40 gradi o sottozero, sicuramente non fa bene al fisico ed il rischio di ammalarsi si triplica. Le implicazioni di natura psicosomatica poi sono indubbie. Cosa si prova a fare la fila nel traffico per un’ora al giorno per venti giorni al mese? C’è bisogno di dare una risposta?
  2. Lavorare in Smart working significa scegliere i propri spazi. Essere a casa vuol dire avere a portata di mano tutti i comfort che si desiderano e che abbiamo scelto per la nostra vita quotidiana. Essere liberi di muoversi e di andare dove vogliamo in qualunque momento vuol dire eliminare la sensazione opprimente di trovarsi in “prigione”. Non si è più confinati in scatolette che non abbiamo scelto. L’unica cosa che dobbiamo fare è portare a termine un obiettivo, si è pagati per farlo, ma siamo liberi di essere dove vogliamo e per questo la nostra mente non smetterà mai di ringraziarci.
  3. Lavorare in Smart working vuol dire per definizione avere degli obiettivi prefissati. Molto spesso in ufficio non si hanno dei compiti ben definiti. Ciò è frustrante e, nel momento in cui questi compiti arrivano e sono urgenti non siamo in grado di farvi fronte in maniera tempestiva e adeguata. Avere degli obiettivi chiari vuol dire lavorare meglio e lavorare meno, poiché sappiamo soltanto noi come fare ad arrivare a quella meta, con le nostre risorse ed i nostri metodi.

Non è necessario dilungarsi ancora sull'argomento. Per evitare di incorrere in problematiche di stress lavoro-correlato l’azienda può utilizzare a proprio vantaggio lo Smart working che può davvero cambiare, non solo la vita dei lavoratori, ma anche gli obiettivi ed i risultati aziendali.

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Fabrizio Orlando

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