smart working come funziona

La vita, l'amore e lo Smart Working. I pro, i contro e come dovrebbe funzionare

Erano due mesi che non scrivevo il mio articolo sullo Smart Working per Spremute. Un po' per motivi lavorativi, sono stati mesi intensi e di nuovi cambiamenti. Un po' per motivi personali, vari spostamenti e incastri che non hanno reso semplice mantenere i ritmi quotidiani.

E un po', lo ammetto, perché dovevo fare pace con lo Smart Working.

Smart Working, pro e contro

In tutte le grandi storie d’amore arriva un momento di crisi prima o poi, e gli ultimi due mesi hanno messo decisamente alla prova il mio innamoramento.

Parte del mio perché, è ottimamente riassunta in questo articolo di Andrea, in cui chiarisce un volta per tutte cosa significa smart working, e nella sua frase conclusiva:

Lo Smart Working non è un modo per far crescere la brand reputation di un'organizzazione. Lo Smart Working è una via per la sua sopravvivenza. - A. Solimene

Già, perché il primo segno di crisi c’è stato leggendo l’ennesimo articolo il cui titolo riportava la notizia che una nota multinazionale si apriva finalmente allo Smart Working: "Udite udite, anche XXX (non voglio fare nomi, anche perché nel tempo sono stati vari) si apre all'innovazione".

Peccato che poi, superate le prime righe, approfondendo il discorso, si leggevano frasi come – un giorno a settimana – e – i dipendenti possono lavorare da casa.

E lì ho pensato “Basta, non ce la faccio più...

E ad aumentare la frustrazione il fatto che, in seguito, venissero citate le vere caratteristiche dello Smart Working: lavoro più moderno, autonomia fiducia e responsabilità… peccato che queste innovazioni implichino un lavoro di riorganizzazione, di ripensare il lavoro in senso pieno e serio, non di far lavorare da casa alcuni dipendenti un giorno a settimana…

Non basta fare un unico mucchio e sperare che vada bene lo stesso: per quale scopo? Pubblicizzare un brand?

Il secondo colpo assestato alla mia love story con lo Smart Working è arrivato dai risultati di una ricerca di un noto centro studi italiano.

Alla prima domanda “Sai cosa si intende per Smart Working?” il 91,2% degli intervistati ha risposto “”, ma alla domanda seguente “quali di queste definizioni rappresentano la tua idea di Smart Working” le tre risposte con maggior voti sono state:

  1. Bilanciare meglio vita lavorativa e vita privata;
  2. La possibilità di lavorare da casa;
  3. Avere orari di lavoro flessibili.

E nuovamente mi sono trovata a pensare che lo Smart Working non sia solo questo.

Ne avevo già parlato qui ed era Novembre 2016, possibile che non ci sia stata un’evoluzione?

Probabilmente no, se le aziende ancora considerano lavorare da casa un giorno a settimana una forma di lavoro agile...

E infine il colpo di grazia lo ha assestato una mia esperienza personale.

Da un anno sono free lance, sto lavorando sodo per realizzare un piccolo sogno e, nel frattempo collaboro con diverse realtà sui temi di welfare e innovazione.

Da una di queste mi sono sentita dire che dovevo stare maggiormente in sede, perché non vedendomi quasi mai, i “responsabili” non avevano chiaro cosa io stessi facendo.

Questo nonostante i report, nonostante gli strumenti di condivisione del lavoro, nonostante i meeting di allineamento.

Ero sbigottita.

 

E allora, lo confesso, sono davvero entrata in crisi.

 

Lo Smart Working non è un modo per far crescere la brand reputation. È una via per la sopravvivenza. Condividi il Tweet

 

Ma perché è così difficile? Cosa davvero rende impossibile ripensare il lavoro? Dove si incastra l’ingranaggio?

Il mio lungo pensare e riflettere mi ha fatto approdare alla conclusione che, come tutti i cambiamenti, anche questo abbia bisogno di tempo, ma nel mondo attuale la pazienza, la lentezza e il tempo non sono più considerati dei valori, bensì dei limiti, quindi la prima domanda è:

Siamo disposti a dare a questo strumento tutto il tempo di cui necessita per entrare nelle nostre vite?

E poi ho analizzato quanto vada ripensato il ruolo manageriale, quanto servano veri leader capaci di ispirare il proprio team, non farsi seguire, ma mandare avanti, delegare, fidarsi e assieme poi cogliere i frutti del lavoro di tutti. Da qui la seconda domanda

“Quanto i manager di oggi sono disposti a mettersi in gioco ripensando il loro ruolo?” e in modo più provocatorio “Quanti ne resterebbero ancora?”

E infine ho pensato a me, quanto tutto questo mi stava allontanando da qualcosa in cui credo fortemente da anni, il brutto e le difficoltà stavano cancellando anche tutto il bello? Perché?

Da un lato perché mancano dei luoghi di confronto reali, in cui scambiare pareri e opinioni in modo costruttivo sullo strumento e sul suo utilizzo. Servirebbe un ente super partes che mettesse attorno a un tavolo soggetti in grado di discuterne, con la volontà di sperimentare, con la capacità di realizzare qualcosa di concreto. Perché personalmente sono un po' stufa di leggere sempre le stesse cose, di vedere che non si avanza, che ci si accontenta o, peggio ancora, ci si nasconde dietro false strategie.

Dall'altro lato perché la “formazione” su come si possa lavorare in questa nuova modalità è ancora oggi inesistente o limitata agli aspetti di sicurezza e normativa. E questo finché si ragiona più per tutela che per investimento non cambierà mai.

Meglio che i dipendenti sappiano come si deve lavorare stando attenti alle prese a cui attaccare il pc, alla luce, alle sedute ergonomiche piuttosto che come organizzare la giornata, come essere produttivi con una nuova forma di lavoro, come stare attenti al burn out e allo stesso tempo come gestire tempi e spazi.

Ma chi oggi potrebbe davvero avere questo ruolo? In un mondo ideale un’associazione di Direttori HR, perché è un tema fortemente HR, ma forse, nel mondo reale, serve qualche innamorato come me che non perde le speranze e che crede nei sogni.

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Valeria Farina

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