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Se ci siamo smarriti ci servono domande potenti e Volontà

Abbiamo iniziato un esperimento con Gaia Corazza, vedendo in un percorso individuale il valore e di volerlo estendere alla collettività grazie all'innovazione. E se siamo partite dal contesto, dalla cornice che racconta la costruzione di questo viaggio di Auto-Coaching, adesso vogliamo proseguire a coltivare noi stessi attraverso alcuni passi alla portata di tutti.

Quindi, se è facile a parole, adesso vogliamo entrare nel significato concreto del coltivare se stessi. Nella consapevolezza che ne è alla base.

Come si stimola la consapevolezza?

Spesso attraverso la metafora. Dal greco μεταφορά, da metaphérō, «io trasporto», si intende una figura retorica che comporta un trasferimento di significato, immagini di forte carica espressiva cercate con l’obiettivo di riflettere, uscendo dalle nostre zone di comfort.

Fumetto a cura di Claudia Marini, tratto dall’evento ELIS, #InGrandiMenti dal titolo “CIRCULARITY DELLE PERSONE, UPSKILLING E RESKILLING”

Q. Gaia, mi hai proposto l’immagine di una pianta per ripartire da me. Perché?

A. Prima di tutto perché le piante sono esseri viventi e sensibili, perché ce ne sono di innumerevoli tipologie, perché ci somigliano più di quanto noi riusciamo ad immaginare e infine perché il giardiniere rappresenta una figura assimilabile a quella del Coach.

Come il Coach assume la difficile missione di coltivare persone così il giardiniere coltiva piante e come si usa dire, per coltivare piante occorre il "pollice verde" cioè uno speciale mix di competenze, di cura e di passione.

Q. Quali sono le domande potenti che dobbiamo porre alla nostra metafora pianta per ridefinire con chiarezza la strada da intraprendere?

A. La prima domanda è senza dubbio sulla sua identità profonda: che pianta sei? Che tipo di pianta sei? Sempreverde, grassa, succulenta, di sottobosco o forse carnivora?

Di che cosa hai bisogno per crescere? Di quali tipi di nutrimento? Dove preferisci stare? Qual è la quantità e la tipologia di luce che ti serve?

Q. Immagini di ecosistemi sbagliati che bruciano, le azioni di cura del giardiniere che spesso prevedono tagli di rami secchi. La bellezza che deriva dalla sofferenza, come la fioritura, che spesso avviene quando si è vicini alla situazione di morte. Sembrano concetti forti ma di cui mi hai passato invece la vitalità della sfida. Puoi spiegare meglio questo concetto?

A. Grazie Valentina per questa domanda. Le piante crescono a volte in modo ordinato, a volte caotico; spesso trovano la loro strada anche tra mille grovigli e difficoltà, sovente tuttavia il buon giardiniere le può aiutare con una buona potatura per togliere i rami e le foglie ormai superflue, ma che assorbono ancora energia disperdendola in direzioni non armoniche.

Tagliare per prosperare, tagliare i rami secchi spesso si presenta come l’unica azione possibile per garantire la vita della pianta. A volte invece il giardiniere può intervenire soltanto con un sostegno per orientare la pianta verso la luce, in effetti trovare la luce da soli non è sempre facile.

Come sai, amo le piante grasse e adoro la loro fioritura inattesa, profumata e stupefacente. Riesco spesso a farle fiorire, ma per riuscirci devo stare molto attenta a non esagerare con l’acqua, potrei annegarle; devo anzi portarle al limite della loro capacità di sopravvivenza e frustrarle, sì così sarò certa che attingeranno a tutta la loro energia sopita per regalare al mondo il loro fiore unico, straordinario e inebriante.

Nel limite, nel confine, nella privazione spesso si cela una inaudita possibilità di fioritura che regalerà al mondo bellezza e profumo.

Q. Dai nostri discorsi abbiamo tirato fuori l’importanza di una parola sempre meno utilizzata: la Volontà. Io la stavo definendo “luce negli occhi”, parlandoti di ciò che mi motiva nel lavoro di squadra, quanto mi demotiva quando assente e quando a prevalere siano la poca competenza e la scarsa motivazione. Ti ho parlato di felicità nell'investire in chi crede di voler far la differenza anche se con poca esperienza e di rabbia verso chi è inaffidabile, che sembra lavorare tra un pensiero e l’altro, non sapendo davvero cosa voglia per la sua vita professionale. Sono rimasta affascinata dalla tua visione di volontarietà e ti chiedo di condividerla, con la consapevolezza che sulle abilità si possa lavorare ma che sulla mancata volontà sia più difficile.

A. Scegliere vuol dire vivere, ma per scegliere occorre volontà e la volontà, questa magica entità scomparsa dal tavolo delle nostre discussioni, trova alimento in uno scopo e la incontriamo quando contattiamo il Centro del nostro essere dove si trova il Se. È in questo luogo magico e profondo che possiamo scoprire se siamo betulla, quercia o felce e lì trovare la forza di diventare quello che siamo, lì c’è lo scopo autentico ed unico.

Lo scopo è come una stella cometa che orienta il nostro agire quotidiano, che ci permette di tenere il timone anche tra mille avversità. La volontà è il volante della nostra vita, come scriveva Roberto Assagioli.

In effetti se non c’è volontà è molto dura anche migliorare le abilità, la buona notizia però è che la volontà si può coltivare e per riuscirci occorre incontrare e conoscere se stessi nel profondo del nostro essere per trovare uno scopo autentico.

Avere volontà significa riportare una buona dose di "locus of control" (il luogo del controllo) dentro di noi. La volontà inoltre sembra essere allenabile ed esportabile, mi spiego meglio: se la coltivo in un’area della mia vita ad esempio nell’attività fisica, poi si sviluppa un’attitudine che posso esportare in altre aree della mia esistenza.

Fumetto a cura di Claudia Marini, tratto dall’evento ELIS, #InGrandiMenti dal titolo “CIRCULARITY DELLE PERSONE, UPSKILLING E RESKILLING”

Per sviluppare la volontà occorre incontrare un attrito interno, bisogna far scoccare una scintilla che illumina il buio dell’inerzia e come sai per far scoccare una scintilla occorre faticare con due pietre focaie.

Q. Il giardiniere taglia l’erbaccia perché ne conosce i danni per il giardino. Possiamo allora forse dire che siamo diventati troppo buonisti cercando di salvare chi è meno disposto a faticare? 

A. Inizio col dirti in premessa che anche recenti studi ("Teorema di Cambrige") ci confermano che i risultati che una persona raggiunge nella vita dipendono da: 1% genio, 70% fatica e 29% contesto.

In verità i primi a cui facciamo sconti siamo noi stessi, giustificandoci e accettando la nostra inerzia, la nostra ignavia, così poi finiamo per fare sconti anche agli altri.

Il male nel mondo è spesso promosso da chi non si attiva contro ciò che ritiene ingiusto, limitandosi a stare fermo. Per muoversi occorre faticare, attivare la volontà, andare incontro a una meta, ma è solo in questo spazio polveroso e accidentato che riusciamo ad incontrare barlumi di felicità.

Per pigrizia, ci piace pensare che poche cose dipendano da noi; in realtà spesso dipende da noi molto più di quello che ci piace pensare, ma per riuscire ad ottenere le cose occorre decidere, cioè tagliare ed agire con costanza e determinazione, cioè con volontà. Il modo migliore che conosca per sviluppare la volontà è affermarla. La volontà dirige l’attenzione e l’attenzione porta vita.

Grazie Gaia!

Chiudo questo articolo con un’altra importante riflessione che in questi giorni ho ascoltato da Sebastiano Zanolli:

Fai in modo che il tuo IO FUTURO sia orgoglioso di te. Scelte facili, vite difficili. Scelte difficili, vite facili (nulla costa poco all’inizio).

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Valentina Marini

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