coalescence innovation

Open Innovation, ecosistemi e coalescenza. Verso un nuovo paradigma

In un’era di trasformazioni repentine e guidate dalla rivoluzione digitale, in cui siamo permeati dai dati e il valore è distribuito, trovano spazio nuove prospettive e paradigmi dell’innovazione. L'esplorazione di nuovi scenari vede, oggi, ognuno di noi potenziali attori protagonisti del futuro capaci, grazie all'accesso a dati e informazioni e alle opportunità offerte dalle tecnologie emergenti, di creare nuove forme di valore e scalare globalmente. Aprire gli orizzonti del modo in cui si fa innovazione e contaminarsi è l’unica variabile che determina il raggiungimento o meno delle proprie ambizioni. Partendo dall'Open Innovation ti parlerò di un concetto nuovo: la Coalescence Innovation.

Il più grande errore al giorno d’oggi è associare la parola innovazione a tecnologia. Esistono cinque differenti tipologie di innovazione che corrispondono a cinque differenti ambiti in cui noi possiamo esplorare nuove opportunità e disegnare nuove soluzioni.

  • Innovazione organizzativa / manageriale (modelli organizzativi e sistemi di management);
  • Innovazione strategica (modelli di business);
  • Innovazione di processo (processi e tecniche);
  • Innovazione di prodotto/servizio (prodotto e servizio);
  • Innovazione tecnologica (tecnologia).

Open Innovation ed ecosistemi

"Open Innovation: The new imperative for creating and profiting from technology”, Henry Chesbrough così intitolava nel 2003 il suo libro che raccoglieva i suoi studi su nuovi framework per fare innovazione.

Qualunque sia la forma di innovazione di cui sopra, alla base di tutto c’è il paradigma dell’open innovation che si basa su un approccio strategico e culturale su cui le organizzazioni fanno leva per creare valore, non ricorrendo più esclusivamente alle risorse interne (modelli noti come “closed innovation”), ma attingendo dall'ambiente esterno. Ciò significa generare e catturare valore da idee, soluzioni, tecnologie, talenti collegati a startup, università, centri di ricerca, acceleratori e community di innovatori. Per un approfondimento rimando a questo articolo "Open Innovation: di cosa parliamo?" e alla lettura del libro di Chesbrough.

In questo paradigma, l’innovatore è - ancor più di prima - per definizione una persona proiettata verso il futuro, spinta da valori forti e con l’ambizione di cambiare il mondo. La creazione di impatti e la realizzazione di qualcosa che possa esser considerata “remarkable” (considerevole o memorabile scegli tu la traduzione preferita) è, difatti, insita nella testa delle nuove generazioni di imprenditori che fanno dell’innovazione “a schemi aperti” il perno delle proprie iniziative di business.

Una generazione nata sotto il segno delle imprese di Steve Jobs e con il marchio “Stay hungry. Stay foolish”. Ma come Steve Jobs, ci sono tanti imprenditori e leader attuali e del recente passato spinti dalla volontà di creare un futuro migliore. Grazie a loro abbiamo imparato a fare rete, ad aprirci alla condivisione, a premiare la coopetizione piuttosto che la competizione, a ragionare come sistemi e con logiche collaborative. Oggi ecosistema e piattaforma sono due buzzword (giusto considerarle anche sinonimi) che guidano la rivoluzione digitale.

Nick Srnicek in "Platform Capitalism" parla di era “everything-as-a-service” e spiega come la digital economy sta segnando un nuovo capitalismo, con società, aziende e istituzioni, che - necessariamente - devono ripensare i propri sistemi relazionali e di business puntando sui modelli a piattaforma, senza tralasciare i risvolti socio-politici del cambiamento.

Così, ho iniziato a studiare gli ecosistemi di innovazione affascinato da Tel Aviv, considerata da molti una Startup city. Nelle mie letture serali ho approfondito il fenomeno dell’urbanizzazione e le varie teorie ad esso collegate, imbattendomi in diversi articoli scientifici (es: sviluppo area metropolitana di Houston) che illustrano i principi chiave che guidano l’urbanizzazione di specifiche aree e gli impatti ambientali e sociali che ne derivano.

coalescence innovation tel aviv

Tel Aviv Startup City

Esperti studiano i grandi impatti dell’urbanizzazione (sviluppo economico, inquinamento ambientale, rischio malattie, forniture, istruzione ed educazione, …) sugli ecosistemi e sulla popolazione del mondo per comprendere meglio i modelli di urbanizzazione e pianificare interventi urbani più efficaci e strategici ai fini dello sviluppo dell’area di riferimento. Vengono comparati i fenomeni della diffusione e della coalescenza negli ecosistemi urbani.

La diffusione è quel processo in cui singole entità (soggetti) si disperdono, spostandosi da regioni di maggiore densità alle regioni di densità inferiore. In contesto di crescita spaziale, ovviamente, nessun movimento reale ha luogo, ma nuove aree urbane vengono disperse dal punto di origine. La coalescenza è l'unione di singole entità in un corpo, forma o gruppo; o il crescere insieme di parti.

Le ricerche mi hanno dunque fatto atterrare sul concetto di coalescenza che, devo essere onesto, non avevo mai sentito. Cos'è la coalescenza?

In realtà è un fenomeno a tutti noi molto noto che chiamiamo in altra maniera. La coalescenza è quel fenomeno fisico attraverso il quale le gocce di un liquido, le bollicine di un aeriforme o le particelle di un solido si uniscono per formare entità più grandi. Ed è quello che avviene nelle aree urbane in rapida espansione o negli ecosistemi: più realtà si uniscono, fondono, contaminano per creare soggetti più rilevanti, secondo un flusso logico e ordinato. Questo mi ha spinto a teorizzare un approccio all'innovazione che in Seedble, azienda di cui sono co-founder, abbiamo associato alla “coalescence innovation”.

La coalescence innovation: una prima definizione

Il concetto di coalescence innovation nasce, quindi, dal paradigma dell’Open Innovation e dalle sfide dettate dal Platform Capitalism. La “coalescence innovation” è un approccio all’innovazione che esalta l’aggregazione e la collaborazione tra due o più change agent stimolando la generazione di opportunità non raggiungibili singolarmente, con la conseguente attivazione incrementale di impatti positivi sui contesti sociali al fine di creare ecosistemi virtuosi.

La coalescence innovation si fonda su tre elementi chiave:

  • Chi attiva la coalescence innovation? I soggetti coinvolti devono essere change agent, ossia innovatori guidati da valori forti che mirano a cambiare lo status quo contaminandosi, non agendo singolarmente, ma con spirito partecipativo.
  • Come si attiva la coalescence innovation? Mediante l’aggregazione e la collaborazione tra change agent che, armonicamente e spontaneamente, si attraggono l’un l’altra per creare entità maggiori in grado di generare impatti positivi incrementali: un effetto domino di change agent che gradualmente alimenta il nucleo d’origine ed espande l’innovazione.
  • Perché si attiva la coalescence innovation? Per creare ecosistemi virtuosi che impattano positivamente sul destino del nostro Pianeta e generano nuove forme di organizzazioni e di business. La creazione di ecosistemi è governata dalle ambizioni e dai valori condivisi - il flusso logico e ordinato di cui parlavo prima - che distingue ogni change agent.

Sto portando avanti con i miei soci uno studio per declinare in maniera più dettagliata questo concetto. Se sei interessato a contribuire in un white paper che sarà promosso da Seedble, scrivimi a coalescenceinnovation@seedble.com. È un progetto open.

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Andrea Solimene

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