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Che mondo ci aspetta dopo il coronavirus? La quarantena tra dubbi e nuove consapevolezze

Ciò che fino a qualche settimana fa sembrava impossibile, è diventato realtà: il mondo si è fermato per il Covid19, quel mondo che nonostante le guerre, i colpi di stato, gli eventi sportivi e le tragedie non ha rallentato di un solo battito.

Un mondo iper-produttivo, che fa della tecnologia e del progresso il suo miglior vanto, ma che si è arreso all'imprevisto, ad una pandemia che ricorda tempi bui ormai passati. Ed eccoci qui, rintanati nelle nostre confortevoli quarantene, a cercare di ricostruire una normalità distillata da ciò che per noi era vivere quotidiano: lavoro, abbracci, interazioni sociali, spostamenti, centri commerciali, caffè al bar, pranzi fugaci e file alla posta.

Tutti a chiederci quanto ci vorrà affinché l’emergenza coronavirus finisca e quanto sarà bello ritrovarci in strada e riprendere da dove avevamo lasciato. Trascurando però una domanda: quello che ritroveremo sarà davvero il mondo che avevamo lasciato?

Il mondo è già cambiato, e potrebbe ormai essere un processo irreversibile.

Che mondo ci aspetta dopo il coronavirus? Un mondo già cambiato

  • Il lavoro come componente identitaria:

non è certo una novità, ma per alcuni quanto sperimentato in questi giorni ha confermato un senso di appartenenza al proprio lavoro molto forte, tanto da esserne (inconsapevolmente?) condizionati: senza il lavoro ci si sente persi, vuoti, inutili.

  • Diverso equilibrio tra lavoro e vita privata:

c’è invece chi ha riscoperto il piacere di stare a casa, di circondarsi dei propri cari e di staccare la spina.

Al netto della convivenza forzata e del relativo stress, certo, ma l’esserci ricordati di quanto perdiamo della nostra vita privata in nome del lavoro e del denaro, potrebbe cambiare anche il peso specifico sul tavolo delle trattative per un nuovo contratto o per rinegoziare quello già in essere.

  • Rallenta. Stop:

similmente al punto precedente, in questi giorni si è capito che rallentando il mondo continuerebbe comunque a viaggiare.

Che sia l’inizio di una riflessione corale più profonda sul nostro essere sempre di corsa, sempre in affanno. Perché stiamo correndo e dove stiamo andando potrebbero tornare ad essere trending topic esistenziali.

  • Senso civico:

"A qualcuno fu richiesto di andare in guerra, a noi chiedono soltanto di rimanere a casa".

Così alcuni teorici dei social hanno cercato di sintetizzare il malessere italiano di vedersi costretti in una quarantena non richiesta. E la cosa sorprendente è che non son bastati neanche gli appelli di dottori, nonni, capi di partito o sportivi.

Alcuni sembrano nati per fregarsene delle regole, ignorando il bene comune. E questo è qualcosa che andrà tenuto in considerazione, ora che siamo stati alle prese con una questione di vita o di (quasi) morte. La capacità di rialzarsi è un postulato a cui crediamo quasi tutti, ma quanto tempo ottimizzeremmo se tutti avessimo ben chiara la proporzione tra benessere della comunità e proprio tornaconto.

Un problema che suona familiare, vero?

  • Globalizzazione:

c’è chi tornerà all'attacco chiedendosi se la globalizzazione sia ancora una cosa positiva.

In verità il coronavirus ci ha dimostrato che nonostante il problema sia stato definito globale, ragioniamo ancora a compartimenti stagni e ad appartenenze nazionali.

Siamo ormai irrimediabilmente interconnessi: basta guardare le prime posizioni della triste classifica di contagi per avere rappresentanze di continenti, religioni e sistemi di governo diversi.
Dovremmo pertanto imparare, almeno davanti le pandemie, a ragionare come pianeta terra, invece di rincorrere degli stendardi identitari ormai obsoleti. Un po’ come succede nei b-movie catastrofici.

  • Razzismo:

vecchia etimologia, nuovi confini. Un altro aspetto curioso che una grande fetta di umanità ha potuto sperimentare in queste settimane sono state le nuove forme di razzismo, non più calibrate sul colore della pelle o sullo status sociale, ma sulla cartella clinica.

Non che le denigrazioni di persone sieropositive rappresentino un capitolo a parte (anzi, chissà che anche qui non si susciti una nuova riflessione partendo dalla triste vignetta di Vauro). Ma perché altre persone che credevano di essere al sicuro con i loro benefit o l’agio determinato dalla loro posizione si sono visti improvvisamente rigettati, alcune nazioni hanno chiuso loro le frontiere senza guardare ai conti in banca, e perfino la nostra amata penisola ha visto un’insolita inversione di flusso: nordici che cercavano salvezza al sud, con quest’ultima restia ad ogni modello di accoglienza indiscriminato.

Chissà che 1 - 1 non faccia zero e si annulli pian piano ogni discriminazione.

  • Solidarietà digitale. Branding reale.

L’appello del ministro Pisano è stato ampiamente raccolto e moltissime aziende, istituzioni ed enti hanno messo a disposizione i propri servizi a titolo gratuito per fronteggiare l’emergenza Coronavirus, o semplicemente offrire un sollievo a chi è stato costretto a rimanere in isolamento.

Un bellissimo gesto, non determinato ovviamente da un attacco di filantropia diffusa alla Bill Gates quanto ad una conferma del marketing 3.0 ovvero che per distinguersi bisogna prima offrire valore (e mettere in campo i valori), e poi fare la conta dei profitti.

  • Inizio Smart Working:

come già ribadito qui e qui, ciò che non è accaduto in anni di teorie è stato reso necessario da una pandemia restrittiva.

Lo smart working è iniziato a circolare come keyword e trending topic, come argomento di politicanti divenuti progressisti, come soluzione temporanea per sopperire a stipendi versati senza ritorno di impegno (perché in Italia, si sa, i diritti dei lavoratori per molti sono solo un’opzione).

Ma lo Smart Working, per fortuna o purtroppo, è altra cosa. Aggrapparsi all'idea che il Covid19 ci abbia convertito tutti al progresso in ambito lavorativo è come scambiare un fugace ciao per una promessa di matrimonio.

Non ci illudiamo, ma ripartiamo da qui: dalla scoperta di massa dello Smart Working, dalla conferma che molti dei nostri lavori possono essere svolti anche da remoto. Rimane soltanto di compiere l’ultimo passo e far convergere queste nuove consapevolezze verso azioni concrete e plasmare un cambiamento radicale.

Non sarà facile, poiché le grandi sfide dell’uomo non lo sono mai state, ma se avremo ben chiaro l’obiettivo, se sapremo infatti coniugare migliori condizioni lavorative ad una migliore produttività da remoto, se sapremo vincere ogni diffidenza e distanza tra i vertici e i propri dipendenti, allora forse ci scopriremo più vicini di quanto si creda, legati ad uno stesso destino comune: quello dell’azienda per cui si lavora.

Paura di compiere il primo passo verso il futuro della tua azienda?

Ti aiutiamo noi: clicca qui e registrati al webinar gratuito, dove risponderemo a tutte le vostre domande sullo Smart Working.

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Gianluigi Cacciotti

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