mezzi di comunicazione

Discorsi sul metodo – Paradigm Shift. Impressioni semiserie sui mezzi di comunicazione

Spoiler: il seguente testo è ordito esattamente con la funzione di essere un endorsement gratuito e pro bono a favore di ClubHouse TM. Ora che l’attenzione è stata catturata procederò a costruire battute di dubbio gusto, e tu a ridere.

Dopo un'apertura così dirompente scappare sarà impossibile. Del resto, come non perdersi una lettura di centinaia e centinaia di caratteri sull'epistemologia dei mezzi di comunicazione. Ma soprattutto come è legata all'applicazione del momento TINDER.

La domanda alla base di una discussione salubre sull'argomento sarebbe, per riassumere il significato di epistemologia: come cambia il nostro modo di interfacciarsi alla realtà, quando subiamo estensivamente la forzata conoscenza di un nuovo prodotto culturale che prende piede?

Abbiamo visto tutti, nel corso degli anni, come i social abbiano stravolto il nostro modo di relazionarci e come abbiano creato nuovi tropi e ritualità nel nostro modo di fare quotidiano, nelle aspirazioni e via discorrendo. La domanda è, ad oggi, irrisposta: sia perché i mezzi non sono unitari tra di loro, sia perché le risposte umane cambiano su base culturale.

E allora a cosa serve questa domanda? Me la immagino come l’utopia per il grande Edoardo Galeano:

L’orizzonte è quella cosa che tu fai due passi avanti, e quello s’allontana di due passi. Tu fai tre passi avanti e quella fa tre passi avanti. E quindi a cosa serve l’utopia? Serve a camminare. E allora a cosa serve l’epistemologia? A incassa, sbijettà, fa i sordi.

Tornando all’argomento: la nostra questione deve porci davanti alla grandezza e al tormentato limite dell’intelletto umano. Le nostre facoltà cognitive si adattano all'ambiente e sviluppano competenze tali da poter raggiungere i propri scopi in maniera economica, o muoiono provandoci. Considerando il tenore di vita dall'era delle caverne che è decisamente migliorato insieme anche all'aspettativa di sopravvivere, la nostra storia di oggi, la potremmo tranquillamente riassumere in: una progressiva competenza del mezzo, l’arrivo di un mezzo nuovo e lo stravolgimento del precedente paradigma.

Cenni storici sparsi – impressioni semiserie sui mezzi di comunicazione

Sincronicità e diacronicità. Due paroloni che mi sparo subito perché saranno i concetti portanti di quella che sarà la storia dei medium nel corso dei secoli.

In principio era il verbo.

E ci sarebbero enormi quantità di saggi su quanto questo sia scorretto, ma suona molto bene. Da che abbiamo ricordi di una storia definita, infatti, il primo mezzo di comunicazione e di funzione comunitaria è stato il linguaggio creativo. Le parole sono state in grado non solo di costituire una solida base di scambio per le informazioni, ma di garantire la sopravvivenza (e se fossi pignolo, la qual cosa io sono, queste due affermazioni andrebbero invertite, perché la funzione di sopravvivenza viene sempre prima).

La capacità del verbo stava nella potenza di fare deissi (e quindi indicare) indietro e in avanti nel tempo e fare riferimento a elementi fuori dalla portata concreta dell’interlocutore.

Poi venne l’immagine, che immortalava per la prima volta in un significante imitativo il messaggio che voleva essere trasmesso al prossimo (se pensiamo alle pitture rupestri questa carrellata di paroloni torna a essere più umana, giuro).

Nell'immagine appare per la prima volta il concetto di diacronicità. Ossia la mancata presenza dell’interlocutore che si esprime a livello di contemporaneità temporale, con chi guarda, e che culmina con la venuta dello scritto. Un elemento davvero problematico se si considera che gli alfabeti sparsi nel mondo siano la cosa più diversa in assoluto. Questo perché non tutti sono fonetici, e quelli che non lo sono derivano le loro stilizzazioni da immagini significative della loro lingua, che però perdono il loro apparente significato per significare ancora di più come simboli.

Questo portò però ad una svolta radicale poiché il pensiero e la comunicazione potevano essere fatti in qualsiasi momento, ma ancor di più in qualsiasi tempo; e i pensieri potevano essere condivisi ovunque nel mondo. Quello che definisco cambio epistemico è, per esempio, l’approccio allo scambio dovuto alla quantificazione dei concetti che avviene grazie alla scrittura di documenti e al passaggio di suddetti di mano in mano ed il cambiamento che questo porta nella società del tempo.

Allo stesso modo ci fu un cambiamento radicale quando la competenza del mezzo di produzione fu tale, da permettere di stampare in serie dei libri (correva l’anno 1454), con l’intenzione originale di leggerli a chi non fosse in grado, ma che invece portò a una saturazione del pubblico autonomo, e a una maggiore fruizione consapevole da parte di fasce di popolazione più ampie.

Si pensi alla predicazione della Bibbia nelle chiese medievali, e a come l’abilità di leggere e scrivere causasse un rapporto di dipendenza diretta della popolazione verso i prelati. Con la stampa a caratteri mobili e una accessibilità maggiore, questa cominciò a mitigarsi fino ad arrivare ai tempi moderni, dove l’istruzione è stata standardizzata e si rende necessario un obbligo di conoscenze culturali basilare per accedere alla pratica pubblica della vita adulta.

La travagliata storia dei media moderni

Nel periodo moderno è da notare che il numero di cambiamenti nel modo di approcciarsi al vissuto e alla vita è cambiato così vorticosamente da darci l’impressione di un deragliamento della storia in un continuo totalmente orizzontale. Dopo gli eventi del dopoguerra, durante il boom dei consumi, infatti è tornato con maggior ardore l’energico utilizzo dell’immagine come mezzo espressivo.

Immagini che erano state relegate, a causa della loro inimmaginabile potenza, alla dimensione artistico religiosa (e al loro statuto ontologico di opere d’arte che non può essere trattato in questa sede), e che nuovamente si emancipano da un utilizzo per-sé, raggiungendo una forma comunicativa estremamente interessata che deve giungere ad un determinato scopo: quello di vendere. Nasce così la pubblicità come la immaginiamo noi. Stampo americano e consumista.

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Le immagini raggiungono una forma comunicativa estremamente interessata allo scopo di vendere.

Comincia l’impero dei mezzi di comunicazione audiovisivi: le tecniche uno a molti di radio e televisione dominano e si costruiscono mercati miliardari. Come al tempo dei greci la scrittura seppellì la tradizione orale e danneggiò il racconto popolare, allo stesso modo nei tempi moderni si sovrappongono e si lacerano negli spazi, le enormi e diverse fonti mediali.

Quella che è la dialettica social potrebbe semplicisticamente essere descritta nella ciclica trasformazione dei modi di relazionarsi umani, ma non può essere totalmente ascritto a questo. L’incedere tecnologico ha risvolti quasi mostruosi rispetto all’alienazione che può portare anche a livello prettamente personale e psicologico prima che relazionale, e andrebbe ricostruito nel contesto storico e di sviluppo industriale che viene ampiamente spiegato nella definizione di era dell’informazione.

Gli eterni ritorni

La particolarità dello sviluppo dei mezzi risulta quindi essere quella di una commistione giunta da diversi canali, che nella crossmedialità contemporanea trovano il massimo fiorire nella creazione di contenuto, e ciononostante, ogni mezzo ha una sua competenza interna che va a saturarsi e a permettergli di essere popolare, poi fruibile, sia da attore che da ricevente, e poi decadere. Viceversa, andando a costruire un fitto tessuto di dipendenze tra mezzi, questi incidono gli uni con gli altri nelle singole produzioni che risentiranno in ogni singolo punto, di quasi tutto il peso dell’ambiente culturale circostante.

Ultimamente sta tornando estremamente una fruizione uditiva delle informazioni; con ultimamente intendo i più recenti servizi di podcasting, dopo decenni di declino della storia delle radio (complice l’on demand e la digitalizzazione del servizio) poiché le fonti scritte sui magazine digitali vengono diffidate in quanto ritenute spesso ingannevoli e acchiappasoldi, e viceversa lo sviluppo di una cultura meme ha contribuito a una ibridazione delle forme testuali con quelle figurali, e l’utilizzo di immagini mentali all’interno di testi scritti creando una produzione molto ricca di spunti narrativi.

Si è andato a creare inoltre una diversificazione dei rapporti sociali variando il mezzo prediletto, i social avendo un tema e una struttura, cambiano il rapporto che si ha in funzione del significante. (Come fruiamo il prossimo cambia da social a social, se ci si pensa, Twitter è diverso da Facebook, che è diverso da Instagram, per vincoli testuali, fotografici, comunicativi ed è diverso anche su ogni aspetto che riguarda l’interazione e la risposta che si riceve).

Una commistione che genera opportunità inimmaginabili considerando che la matrice social potrebbe essere ascritta a un’altra categoria di mezzo di espressione e quindi soggetta a ibridazione proprio come le altre. Ad esempio, social a tema discorsivo e di condivisione di idee in forma audio, o video (TikTok), o scritto (Wattpad - ei fu).

Legame che ci porta alla nostra domanda finale: quanto è importante avere accesso, come azienda a tutte le forme di competenza sulla comunicazione? Come cambia il nostro essere percepiti a livello sociale se accediamo alla mente del nostro target attraverso una possibilità di mezzi sempre più vasta?

Come pensate possa funzionare un social che basa la sua interazione attraverso contenuti vocali o audio? Ad esempio, come vi immaginereste questo testo raccontato da una voce calda in un audio di una asfissiante decina di minuti? Scopritelo nel podcast di Spremute Digitali.

Disclaimer: Clubhouse era un pretesto per mostrare come una singola parola, se supportata possa deformare le aspettative di narrazione e creare bias in chi legge, andando a deformare la sua percezione del contenuto, nel quale questi vedrà analogie che vadano a supportare l’idea di partenza (quindi che io vada a trovare valore in Clubhouse) e che basta poco a cambiare la prospettiva della conoscenza. Oppure che io sia un provetto marchettaro e basta.

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Riccardo Malaspina

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