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Non è tutto green quello venduto come tale

“Non è tutto oro quello che luccica” o forse è più appropriato affermare che non è tutto green/ecologico/sostenibile/ambientale quello che viene venduto come tale.
La questione è semplice, da una parte appare ormai un must legare nuove forme imprenditoriali alla green economy, dall’altra emerge quanto sia poco chiara la definizione ed i concetti alla base della green economy stessa. Non a caso è stato da anni coniato un neologismo Greenwashing che può essere reso in italiano con l’espressione “darsi una patina di credibilità ambientale”, indicante la strategia di comunicazione di certe imprese, organizzazioni o istituzioni politiche finalizzata a costruire un’immagine di sé ingannevolmente positiva sotto il profilo dell’impatto ambientale, allo scopo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dagli effetti negativi per l’ambiente dovuti alle proprie attività o ai propri prodotti. Da marzo 2014 è entrato in vigore un nuovo articolo – il numero 12, “Tutela ambientale” – del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale che frena, di fatto, il greenwashing, le “pennellate di verde” che fanno fine e non impegnano, e risponde all’esigenza del controllo dei “green claim”, ovvero dei messaggi pubblicitari che contengono rivendicazioni ambientali.
C’è quindi un problema oggettivo di comunicazione e di marketing legato ai materiali e ai prodotti proposti sul mercato che riflette però un problema più sostanziale legato a cosa contengono e come sono fatti i prodotti.
Da tempo sono presenti a livello internazionale protocolli di certificazione legati alla qualità ambientale dei materiali da costruzione, più recenti sono i sistemi di certificazione dei materiali e prodotti usati nell’interior design.
Con piacere noto che le aziende che certificano i loro prodotti sono quelle al top di gamma nel design. Fino a poco tempo fa le valutazioni che si facevano nella scelta degli arredi erano di natura economica, estetica, ergonomica, di manutenibilità e la chiosa ai ragionamenti era spesso “certo il bello costa”, non considerando quindi che probabilmente solo il prodotto bello alla fine soddisfaceva tutti i requisiti presi in esame. Vedere ora che il “bello” è il prodotto che risponde anche ai requisiti di sostenibilità ambientale è un notevole valore aggiunto e un incentivo nel proporre arredi di qualità.
Tornando un attimo alla percezione che il sentir comune ha del “mondo green” credo che il problema di fondo che alimenta l’ignoranza diffusa è che si ha un approccio solo etico, quasi poetico, al tema. La realtà ci dice che l’argomento è prima di tutto tecnico e scientifico e quindi in continua evoluzione.
Prendiamo ad esempio un materiale molto usato ultimamente negli interni, i pannelli in legno OSB. Questi pannelli vengono realizzati con resine contenenti formaldeide. La formaldeide è una sostanza nociva (la pericolosità è legata alla concentrazione) ed il regolamento UE 605/2014 del 5 giugno 2014 ha riclassificato la formaldeide da “sospetto cancerogeno Cat.2” a“cancerogeno Cat.1B”. In generale i pannelli OSB prodotti in Europa rispondono comunque ai requisiti per l’uso senza rivestimenti in ambienti di soggiorno (classe »E1«), è comunque sempre opportuno farsi rilasciare dal fornitore la scheda tecnica del materiali che attesti formalmente la classe di emissione dello stesso. In assenza di tale attestazione non si dovrebbero utilizzare questi materiali privi di rivestimenti in ambienti di soggiorno.
Concludendo vorrei proporre un parallelismo tra quanto trattato e il campo della tecnologia: tutti noi se dobbiamo comprare un nuovo pc (magari per lavoro) spendiamo qualche ora a studiare le specifiche tecniche dei prodotti e siamo disposti a pagare di più per averne uno con prestazioni maggiori. Perché allora se dobbiamo rinnovare gli uffici della nostra azienda (che magari è imperniata nella green economy) non dovremmo perdere un po’ di tempo a verificare che i prodotti scelti abbiano le certificazioni e i requisiti idonei?
Ci sarà sempre un compromesso da trovare (per definizione dove c’è l’opera dell’uomo la natura non è più incontaminata), ma tale compromesso dovrebbe essere il risultato di un’attenta analisi di dati, costi e benefici piuttosto che la scelta emozionale di un prodotto che “fa” green.

Non è tutto green quello venduto come tale

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