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Social media e politica: George Floyd, Donald Trump e il boicottaggio dei brand

In questi ultimi mesi, il binomio social media e politica si è fatto sempre più forte e controverso. Gli sforzi delle piattaforme per ridurre la disinformazione riguardo la diffusione del Covid-19 sono stati apprezzati da politici e utenti in tutto il mondo. Ma, oltre la pandemia, qualcos'altro ha scosso il settore dei social. Ed è stata la morte di George Floyd.

La morte di George Floyd

Tutti conosciamo la storia. Lo scorso 25 Maggio, a Minneapolis, il 46enne afroamericano fu brutalmente ucciso da un poliziotto. Quella sera, il proprietario di un minimarket aveva chiamato il 911 per denunciare un uomo apparentemente ubriaco, che aveva pagato il suo pacchetto di sigarette con banconote false. Arrivati al negozio, i poliziotti identificarono subito Floyd. Durante il fermo, il poliziotto Derek Chauvin lo aggredì brutalmente, gettandolo a terra e premendogli un ginocchio sul collo. Fino a rendergli impossibile respirare.

Questa scena è stata ripresa da alcuni passanti, che hanno avviato subito una diretta su Facebook, mostrando così a tutto il mondo di quali brutalità fosse capace la polizia del Minnesota. E così, la morte di George Floyd è avvenuta in diretta su uno dei social network più noti al mondo. E già questo basterebbe a spiegare quanto il settore dei social sia stato scosso in queste ultime settimane.

A questo drammatico episodio si sono poi aggiunte le manifestazioni del movimento antirazzista "Black Lives Matter". I commenti fuori luogo del Presidente Donald Trump. La difficoltà di gestire la situazione da parte di Zuckerberg e i CEOs delle altre piattaforme. Il boicottaggio della pubblicità sui social da parte dei brand più noti al mondo. E molto altro ancora.

Social Media e politica: i grandi brand come Nike si uniscono in campagne contro il razzismo e la violenza

Insomma, alle soglia delle elezioni americane, Facebook e soci non sembrano passarsela proprio bene. In particolare, le piattaforme si sono trasformate in strumento di informazione/disinformazione politica, dimenticando quasi del tutto il loro obiettivo primario di connettere le persone tra loro.

Ma di chi è davvero la colpa? Di chi gestisce le piattaforme? O dei politici che continuano ad utilizzarle per i propri interessi personali? Lasciamocelo spiegare dal caso Trump.

Social media e politica: tutti contro Trump?

Al pari della morte di Floyd, il comportamento di Donald Trump ha alterato i delicatissimi equilibri tra social media e politica. È oramai piuttosto risaputo che il Presidente degli Stati Uniti sia molto attivo sulle piattaforme. D'altronde, i media tradizionali non gli lasciano più molto spazio. E la libertà della Rete gli permette invece di condividere i propri pensieri con milioni di follower.

In questi mesi che precedono le elezioni, la presenza di Trump si fa sentire. L'account Facebook ufficiale della sua campagna condivide ogni giorno 14 post con ben 28 milioni di utenti. E a partire dallo scorso 14 Giugno, il Presidente lancia almeno 160 Tweet al giorno (o anche di più, se la situazione lo richiede).

Ma al di là della sua forte presenza, Donald Trump ha non pochi problemi da risolvere con le piattaforme. Dopo la morte di Floyd, i suoi incitamenti alla violenza, l'ironia sull'omicidio di un afroamericano e i commenti a sostegno dell'odio razziale hanno indispettito non poco i social media.

Twitter, su cui il Presidente è presente dal 2007 con ben 80 milioni di follower, ha segnalato alcuni dei Tweet più violenti condivisi dal suo account. Snapchat, dopo alcuni commenti sulla morte di Floyd, ha deciso di eliminare l'account del Presidente dalla sezione "Discover", pur lasciandone visibile il profilo.

Reddit, invece, ha bandito un forum che per molto tempo ha supportato le idee di Trump a favore dell'odio razziale. La piattaforma ha riferito che il forum - The_Donald - incoraggiava alla violenza e violava le regole di condotta.

Twitch sospende l'account della campagna del Presidente Trump
Twitch sospende l'account della campagna del Presidente Trump

Twitch, la piattaforma di streaming di proprietà di Amazon, ha sospeso l'account della campagna del Presidente per violazione delle regole di condotta. In particolare, Trump avrebbe condiviso due video di manifestazioni in cui si lascia andare a commenti violenti e razzisti. In uno dei due, girato durante la sua campagna del 2015, avrebbe definito gli immigrati in arrivo dal Messico come "criminali". Di tutta risposta, Twitch ha eliminato i video e sospeso l'account per un tempo indefinito.

Anche Instagram, dopo che l'account del Presidente ha condiviso un video della morte di Floyd senza averne il Copyright, ha deciso di procedere con la rimozione del contenuto. Ma, a quanto pare, le piattaforme di Zuckerberg sono state quelle che più di altre hanno accettato il comportamento scorretto di Trump. E questo, di tutta risposta, ha scatenato non solo l'ira dei dipendenti contro il CEO. Ma anche la collera degli inserzionisti delle piattaforme.

Stop Hate for Profits, gli inserzionisti boicottano Facebook

In queste settimane sono successe cose stupefacenti. Non soddisfatti del comportamento di Zuckerberg, che ha lasciato spazio ai commenti di odio del Presidente Trump, i marchi più grandi del mondo si sono uniti nella campagna #StopHateForProfit. Giusto per darvi qualche nome: Coca-Cola, Unilever, Verizon, Starbucks, North Face, Mozilla, Patagonia, Honda e molti altri ancora.

La campagna #StopHateForProfit di Unilever
La campagna #StopHateForProfit di Unilever

Tutti si sono mossi affinché Facebook prendesse una posizione nei confronti del comportamento scorretto non solo di Trump, ma anche di tutti gli utenti che si lasciano andare a commenti irrispettosi. Nel frattempo, nessuno di questi marchi finanzierà la pubblicità sui social. Chiaramente, potete immaginare cosa questo ha significato per Zuckerberg, che ha visto crollare le azioni della sua società e gli investimenti nella sua piattaforma.

Tutto questo è per farvi capire quanto social media e politica siano oramai strettamente collegati tra loro. È un legame pressoché indissolubile, che non sappiamo se possa portare vantaggi o meno alla nostra vita. Forse quello che più conta è il messaggio che viene veicolato da un politico. E se si tratta di odio, è chiaro che i social fungano da casse di risonanza che non fanno altro che peggiorare la situazione. Ma dov'è, allora, il giusto equilibrio?

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Chiara Crescenzi

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