telelavoro e lavoro agile

E all'inizio fu il telelavoro. Poi lavoro agile...

E all'inizio fu il telelavoro. Comparve nelle norme per il pubblico impiego nel 1998 dove si cita “Allo scopo di razionalizzare l'organizzazione del lavoro e di realizzare economie di gestione attraverso l'impiego flessibile delle risorse umane, le amministrazioni pubbliche […] possono avvalersi di forme di lavoro a distanza. (legge 91/98)“ 

Non che abbia avuto una grande applicazione e diffusione, nemmeno quando l’anno dopo uscì il regolamento: D.P.R. 8 marzo 1999, n. 70 che ci regalò però una preziosa definizione:

«telelavoro» la prestazione di lavoro eseguita dal dipendente di una delle amministrazioni pubbliche [...] in qualsiasi luogo ritenuto idoneo, collocato al di fuori della sede di lavoro, dove la prestazione sia tecnicamente possibile, con il prevalente supporto di tecnologie dell'informazione e della comunicazione, che consentano il collegamento con l'amministrazione cui la prestazione stessa inserisce.

Il regolamento ci dice un’altra cosa molto interessante, il datore di lavoro deve pagare la realizzazione della postazione di lavoro (cosa non sempre prevista per il lavoro agile):

La postazione di telelavoro deve essere messa a disposizione, installata e collaudata a cura ed a spese dell'amministrazione interessata, sulla quale gravano altresì la manutenzione e la gestione di sistemi di supporto per il dipendente ed i relativi costi.

Se siete davvero appassionati di numeri e di quanto sia cresciuta questa forma di lavoro potete consultare i dati raccolti da Enea negli anni. Ma, esattamente, da quando diventa una roba da sfigati? Possiamo dire dall'accordo Aran con i sindacati che cita:

In caso di richieste superiori al numero delle posizioni l’Amministrazione utilizzerà i seguenti criteri di scelta: a) situazioni di disabilità psico-fisiche tali da rendere disagevole il raggiungimento del luogo di lavoro; b) esigenze di cura di figli minori di 8 anni; esigenze di cura nei confronti di familiari o conviventi, debitamente certificate; c) maggiore tempo di percorrenza dall’abitazione del dipendente alla sede.

Ed è in questo contesto che io nel 2012 intrapresi presso la città di Torino un progetto sperimentale di telelavoro, inizialmente rivolto a 20 persone, per l'esattezza 20 donne (ognuna con la sua sfiga di cui sopra). C’erano molti limiti dovuti a processi non digitalizzati, al fatto che il resto dei colleghi rimaneva in ufficio, con relativi problemi di comprensione reciproca. Per non parlare dei capi che sentendosi insicuri sovra-controllarono ogni telelavoratrice.


Leggi anche Smart working = meno controllo?


Ma questo è un problema risolto con con lo Smart Working, giusto?

La mia esperienza, benché partita con tutte queste limitazioni a inizio 2012, per me, fu salvifica. Arrivavo da un periodo molto stressante dal punto di vista personale avendo 3 bambini molto piccoli e attraversare la città per raggiungere il posto di lavoro era diventato il mio incubo quotidiano.

Il lavoro in sé, in quel momento, era davvero irrilevante.

Poter lavorare da casa, in quel momento, volle dire per me appassionarmi nuovamente al mio lavoro, perché la fatica del correre era terminata e il carico di ansia lasciato dietro di me. Non solo riuscivo a fare molto di più e in meno tempo; avevo ritrovato serenità.

La domanda che continuava a girarmi nella testa era “perché altre persone non possono lavorare così?”

Partì da lì la mia ricerca spasmodica su tutto ciò che riguardasse il lavoro a distanza e i suoi vantaggi. Iniziai con leggere il blog del papà di questo istituto, Jack Nilles, proseguendo sulla ricerca di quanti telelavoratori ci fossero davvero in Italia. Fino ad iniziare a collaborare con la direzione organizzazione della Città, pensare in grande, guardare alle idee milanesi sul lavoro agile, trovare la strada per tanti piccoli progetti sperimentali... Questa volta di “lavoro agile”.

Cosa è significato il lavoro agile o smart working termine usato quasi solo in Italia...

Il lavoro agile poi, è atterrato in una normativa, dopo anni di discussione e riguarda sia il settore pubblico che privato:

lavoro agile quale modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell'attività lavorativa.

La prestazione lavorativa viene eseguita, in parte all'interno di locali aziendali e in parte all'esterno senza una postazione fissa, entro i soli limiti di durata massima dell'orario di lavoro giornaliero e settimanale, derivanti dalla legge e dalla contrattazione collettiva.

Ma al di là delle definizioni normative, che separano nettamente le diverse modalità di svolgimento della mansione (telelavoro e lavoro agile), cosa ha significato per me il nuovo modo di vivere il lavoro?

Intanto chiamiamola Smart Working, questa nuova visione, termine usato quasi solo in Italia con questa accezione e non definito da nessuna normativa…

La persona al centro

Lo smart working esiste quando prima di tutto si mette la persona, le sue inclinazioni, le sue capacità al centro. Si privilegia la delega e l’autonomia nella chiarezza dei risultati richiesti.

Non importa il luogo

Il luogo da dove si lavora deve essere importante soltanto per quanto riguarda le condizioni di sicurezza e la possibilità di svolgere al meglio la propria mansione. Questa condizione è infinitamente libera, e quando le persone sono libere fanno molto di più, meglio e con maggiore soddisfazione.

La tecnologia è amica 

La tecnologia, soprattutto se inserita in contesti molto istituzionali e conservatori, non viene vista con interesse. Se però imparare ad usare nuovi strumenti può essere la chiave per accedere a migliori condizioni di lavoro, migliore efficienza… Ho visto con i miei occhi la trasformazione volontaria di interi uffici inizialmente riluttanti. Il risultato finale è la velocizzazione dei processi, il miglioramento dei servizi, nel nostro caso, al cittadino.

Lo Smart Working quindi cos'è per me?

È una filosofia di vita, non sempre compresa dal mio ambiente lavorativo, che non mi arrendo ad inseguire. Cos'è il telelavoro per me? È la finestra, dalla quale mi affaccio, sognando lo Smart Working.

Commenti

commenti

Laura Ribotta

Leave a reply