web marketing festival 2020

Web Marketing Festival – L’imprenditoria unita per la ripresa

Come cronografo outsider del mondo delle imprese, se potessi vorrei riassumere in poche parole mal assortite il Web Marketing Festival 2020, e queste sarebbero: radicalmente diverso da ciò che mi sarei mai aspettato da una manifestazione quasi istituzionale.

La cornice totalmente digitale dell’evento ha avuto il suo centro di gravità a Rimini, in studio, con presentatori d’eccezione, quali Cosmano Lombardo, regista e ideatore del WMF, Diletta Leotta e Giorgia Rossi. Quel che stupisce è che l’evento non è mai mancato di colore, e l’intrattenimento è stato sempre capace di tenere avvinto qualunque profano.

Spalmato su tre giorni a dir poco intensi, i temi così riccamente adornati da ospiti e note leggere, non si può dire fossero altrettanto rosei.

La condizione pandemica ha portato a problematizzare i limiti stessi della struttura d’impresa e della gestione del profitto, portando a complicare e sviscerare ogni singolo ambito della cultura digitale, dal giornalismo alla finanza, dall’influencer marketing alle politiche sul territorio. Per un totale in tre giorni di diciassette sale (e risolvendo con grande professionalità una cospicua quantità di problemi tecnici live).

Una forma che non sia un commentario in questo poco spazio è pressoché impossibile.

Spotlight Sparso – Un buffo tentativo di ricostruzione a base personale

Passati attraverso la cerimonia di introduzione dei protagonisti del nostro intreccio, i moderatori, il festival incalza con i temi Hot sin da subito. I primi ospiti sono stati, in sequenza, tutti elementi dell’amministrazione statale, e hanno portato speech sulla riqualificazione delle città e dei servizi digitali che lo Stato può offrire durante l’emergenza della pandemia.

La valorizzazione del digitale è stato il punto chiave dell’intera mattinata che è culminata in un intervento che si potrebbe riassumere essenzialmente in:

A legge sarò lento, ma a sgamà l’infami so 'na spada. -Martin Heiddeger, murales alla Sapienza.

Una lunga discussione sul metodo e sulla valorizzazione delle evidenze scientifiche nella ricerca, andando a problematizzare l’allentamento delle maglie di controllo delle Peer review a causa della pandemia e della gigantesca mole di dati che arrivano. In sostanza il relatore è andato a porre l’accento sui filtri con cui si passano al vaglio le fonti (Vero Martin?), elogiando le tecnologie in grado di rendere più rigorosi e confrontabili tutti gli elementi in gioco per la salute pubblica.

Dopo questo appello al rigore scientifico e all'onestà intellettuale, la miriade di proposte informative date dalle sale contemporanee si apre come il vaso di pandora e la priorità diventa quella di orientarsi, e fare chiarezza.
Se nei primi giorni ad essere trattato è stato il lato tecnico - quindi partendo dalle strategie social e la SEO, fino ad arrivare al content marketing e allo sviluppo del brand - si è arrivati nei giorni successivi a trattare temi più astratti, quali il management nella sua funzione e temi legati esternamente al mondo del marketing, quali la robotica e il mondo legale.

Nel fare questo la quantità di argomenti trattati all’interno delle macro-categorie è proibitivo. Per avere un quadro generale è necessario passare almeno il resto della settimana a seguire una sala alla volta. Degni di nota sono stati il padiglione del giornalismo digitale, e il padiglione dedicato agli e-sport (qui trovi un articolo di approfondimento su Twitch), con ospiti veramente eccezionali, quali il coordinatore dei Samsung Morningastar e l’amministratore del Team Qlash, di Paolocannone. Estremamente competenti gli speech in materia proprio perché padroni del mezzo, e deliziose le descrizioni dei problemi di engagement dal pubblico e dei giocatori professionisti rispetto al progetto e alla motivazione.

 Philip Kotler e il Capitalismo

Una menzione speciale va fatta infine all’intervento di Philip Kotler a chiusura pirotecnica della prima giornata. Questo più di tutti gli altri si è dimostrato essere il vero gioiello teorico di tutto il convegno.

C’è da aspettarselo dalla persona che ha fondato le basi strutturali della disciplina moderna del Marketing, ma mai fino a questo punto.

Insieme a Christian Sarkar infatti, coautore del libro "Brand Activism", nella grande opera costruttiva di un modello di business Engaged ha portato delle aspre critiche al mondo d’impresa capitalistico nella sua trattazione classica, che non solo non garantisce lo sviluppo etico dell’azienda - a sua detta - ma va fondamentalmente a minarne anche le fondamenta strutturali ed economiche in quanto sono cambiati i metodi di consumo. E un'azienda che non è in grado di garantirsi socialmente responsabile, rischia di creare meno valore anche a livello economico, poiché non è in grado di influenzare i fruitori in scelte responsabili (e di conseguenza a seguire un modello di cittadino virtuoso) a cui il brand mira.

C’è un ragionamento, inoltre, sul valore prodotto, estrinseco alle proprietà fisiche del servizio offerto, che non viene percepito. Una questione molto sottile (e che andrebbe analizzata molto più a fondo) proprio perché sta modificando i processi d’acquisto di clienti che sono sempre più sensibili a tematiche sociali, persone che cercano una guida anche etica alla loro decisione di consumatori.

Viene calcolato in sostanza, nel decision making, anche l’impatto ai fini della percezione che l’azienda ha sulla società, e la condivisione di valori esterni a scapito del mero profitto predatorio. Essere sostenibile non deve più significare green-washing di sorta.

Il brand deve diventare attivista in campo sociale e deve ispirare ad agire il prossimo.

L’arma più potente del resto è la condivisione.

E voi, cosa ne pensate? Ci sono argomenti che vorreste fossero approfonditi? Che ne pensate delle contraddizioni esterne del capitalismo? Vorreste che le aziende fossero più attente alla sostenibilità?

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Riccardo Malaspina

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